
IL GIARDINO D'AMORE
Quell'estate, finalmente mi fidanzai. Poiché quell'inverno l'attesa dell'evento, per un motivo o per l'altro, era andata frustrata per ben due volte sulle pedane della scherma, non ritenni disdicevole fidanzarmi due volte.
La scelta cadde in prima battuta su un tredicenne biovulare di Milano che si chiamava Matteo. L'altra metà ovulare di costui era rappresentata dal gemello Taddeo, affatto diverso per indole e aspetto. Così come Matteo si fregiava di un bel nome e aveva un carattere affabile senza essere invadente, un personale attraente e un volto dolce, con tanto di ricciolini color mogano e lentiggini spruzzate sul volto abbronzato, Taddeo, non brutto, era tuttavia sgraziato; non grasso, sembrava comunque tarchiato; intelligente, spiritoso e loquace, risultava spesso sgradevolmente acido e impiccione. In ogni approccio Taddeo metteva troppa energia, mancando quell'effetto di seduzione che, senza colpo ferire, riusciva così naturale al gemello Matteo, cosa che con ogni evidenza lui avvertiva e che probabilmente gli sollecitava comportamenti ancora più gradassi. Alla testa di questa indissolubile piramide fraterna stava una sorella maggiore, Simona, quindicenne rossa e lentigginosa con le palle anche troppo quadre, loro capo spirituale dalla lingua tagliente, figura carismatica per noi più piccoli, ma anche un po' inquietante.
Naturalmente c'era una rivale. Una rivale con una tuta rossa Fruits of the Loom, uno degli indumenti più mitici che io ricordi.
Forse - anzi, senza dubbio -, ogni tanto Miranda si cambiava, ma per me quella tuta di cotone rosso era così bella e portentosa, così indissolubilmente aderente al fascino di chi la indossava, che ancora oggi non riesco a visualizzare la ragazzina che insieme a me si arrampicava sui muretti e sugli alberi di quel giardino d'amore, altro che con quell'indumento. Anche Miranda, come i gemelli, era di Milano e aveva capelli biondi e ricci di Milano, l'accento di Milano, la magrezza aggraziata di Milano, i modi di Milano, la simpatia un po' snob di Milano. Voglio dire che ai miei occhi, tra quella tuta sgargiante - il suo diamante più accecante - e tutte quelle robe di Milano che si portava addosso con consapevole disinvoltura (qualunque cosa possa significare questa milanesità per come la percepivo io che a Milano non c’ero mai stata), lei era, oltre che una nuova amica, anche un'icona da incamerare, una ventata di aria metropolitana da inspirare golosamente e da temere al tempo stesso. Perché anche a lei, e va da sé, piaceva il biovulare Matteo e ogni occasione era buona per indirizzarmi sulla rotta dell'altro biovulare, il Taddeo; il quale, a sua volta, dava la netta impressione che avrebbe accettato di buon grado di farsi indirizzo finale della prima delle due che graziosamente ci fosse stata senza far troppe storie.
Considerata la verginità sentimentale di tutti gli attorgiovani di quell'estate, che non si esaurivano nel gruppetto sopra descritto, bensì comprendevano un nutrito gruppo di ragazzini, col senno di poi va senz'altro ascritta a ognuno di noi, nessuno escluso, quella larghezza di vedute che non ci avrebbe fatto andar troppo per il sottile al momento buono (salvo poi piombare in ripensamenti e fughe repentine degne di Speedy Gonzales). Tanto più che l'estate alpina, con i suoi profumi di pino, erba e terra bagnata da ruscelli freddi, fiori di campo e cacche di mucche secche, era indubitabilmente inebriante e pericolosamente coadiuvava le tempeste ormonali.
Ho parlato di un giardino d'amore. Be', era un giardino normale, piuttosto grande ma assolutamente normale, non un parco, non un boschetto di rara delizia. Solo che in quel mese di luglio la ghiaia dei suoi vialetti ombrosi venne calpestata da troppe Espadrillas e Superga ruggenti numero 34-37 per mantenere la propria originaria austerità di Giardino del Soggiorno Militare di Bardonecchia; i rami raggiungibili dai ragazzini scimmieschi, il muretto che lo separava da un giardino più piccolo della dépendance, il bordo fresco e rotondeggiante della piccola vasca in pietra, troppe volte divennero teatro di interminabili variazioni del gioco dei pregi e dei difetti, circuito di corse a nascondino e ritrovo di sedute di espiazione in direfarebaciareletteratestamento per mantenersi fedele alla sua natura neutrale, se non banalmente severa. Dovette capitolare e diventò un giardino d'amore.
Ma anche alcuni interni del Soggiorno Militare di Bardonecchia subirono la stessa inattesa trasformazione. Presi di mira più di ogni altro ambiente del vasto complesso militare furono la scalcinata e umida Sala Giochi, sede di epiche partite a ping pong nelle giornate di troppa pioggia o troppo sole, la sala da ballo disertata dai grandi durante il giorno, le cantine buie e polverose, proibite, malsane, insicure e pertanto occupate con maggior gusto e frequenza.
Le attese d'Amore travestito da dispetto, da penitenza, da confidenza, da offesa, da presa in giro e da pettegolezzo si concentrarono nel Grande Evento Clou: la gara di ballo.
Un'ondata di mal tempo, prima della scoperta degli scantinati, ci relegò dapprima per due giorni nella tetra saletta da ping pong. L'ambiente angusto e l'eccesso di zelo agonistico intorno al tavolo verde, la scarsità delle racchette che bisognava continuamente contendersi per giocare a squadre, trasformò ben presto quella stanzetta sovraffollata in un antro di guerra. La soluzione per far fronte a quell'emergenza di ostilità, partita dall'alto, fu quella di indire una seria gara di ballo. Fummo così convogliati in luoghi più ampi in cui la danza ci avrebbe spinto a fare l'amore anziché la guerra, troppo rumorosa e pericolosa. La cosa curiosa è che tutto quello che i ragazzini avevano in comune erano genitori che proprio alla guerra giocavano per lavoro.
Le prove per la grande gara di ballo ci fagocitarono per un'intensa settimana, ben oltre la durata del mal tempo. Una volta assorbiti dal magico mondo delle piroette, dei salti mortali del Rock & Roll acrobatico, dei lenti cheek to cheek e della casereccia riproduzione delle gesta di John Travolta versione Febbre del sabato sera più che di Grease, la montagna soleggiata o il giardino persero ogni attrattiva.
Per il numero di rock acrobatico, in seguito a sorteggio, mi ritrovai in coppia con il biovulare Taddeo, mentre il lento dei Bee Gees mi vedeva tra le braccia del biovulare Matteo. Nessun'altra combinazione del caso avrebbe potuto essere più congeniale ai miei desiderata. Perciò, se pur dopo aver pronunciato in lacrime dolorose maledizioni al biovulare addetto a scortare per aria in un ardito volteggio il mio fiducioso corpicino, assorbii con notevole rassegnazione e compostezza la caduta a volo d'uccello con la quale quell'inetto mi fece planare a testa in giù sul marmo del pavimento. Del resto, tutto fu messo a tacere per continuare a godere della libertà dalla sorveglianza dei grandi che ci immaginavano immersi nella più incolume delle attività, mentre ogni giorno qualcuno, a turno, si spaccava la testa.
Nessuno, intanto, finché durarono le prove, osò dichiararsi né si poté realmente sorprendere qualche coppia intenta a limonare, nonostante le continue delazioni del gruppo degli interdetti, ossia di quelli che, negati per la danza o desiderosi di mantenersi intatti in quei volteggi sempre più assassini, avevano deciso di far tappezzeria e passavano il tempo a rompere le balle, attività intramontabile sotto ogni clima.
Sarebbe successo qualcosa prima del gran ballo?
Purtroppo sì.
Le prove per la gara di ballo terminarono. La serata era arrivata. Comunque andasse: ci eravamo molto divertiti, ci eravamo moderatamente contusi, avevamo litigato per non perdere l'allenamento. Tutto andava a gonfie vele.
Ci tenevo a vincere. Mi dicevo che ce la potevo fare, ma percepivo, non so quanto confusamente dal momento che sono ora in grado di riferirne, due o tre ostacoli di cui non potevo calibrare l'esatta portata.
Il primo di questi era di natura piuttosto oggettiva. Se la scherma è una danza, infatti, non si verifica automaticamente che la danza sia un incontro di scherma. Se se ne sapesse cogliere lo spirito, il demone, e al contempo se ne conoscesse la grammatica diversa, naturalmente allora, e in particolare per alcuni balli, vi si potrebbe scorgere la stessa corrispondenza. Ma in mancanza di quella conoscenza, è meglio non contarci troppo.
Durante le prove, osservando gli altri ragazzi, non avevo potuto fare a meno di annotare con vaga preoccupazione che la volontà di primeggiare, il coraggio e l'eclettismo delle proprie presunte inclinazioni, da soli, avrebbero potuto risultare insufficienti contro l'innegabile superiore abilità dimostrata da alcuni. I gemelli, per esempio, così diversi nel fisico e nel carattere e così presi a far valere quella loro diversità, ballando annullavano la biovularità della loro nascita, dimostrando una pari bravura che per fortuna non poteva essere sommata, in virtù del fatto che non si davano coppie dello stesso sesso, o non ci sarebbe stata storia. Purtroppo per loro, dovendosi accoppiare con ragazzine varie dal passo sgraziato, impacciato, marziale, brachi o tachicardico, finiva che il cinquanta per cento del talento loro andava ogni volta perduto. Chi tra i due soffriva maggiormente di questa forzata menomazione della propria individuale scioltezza, rara nei loro coetanei maschi che stavano alla danza come Topo Gigio a Don Lurio, proprio per quel carattere un po' aspro e spigoloso che si ritrovava, era Taddeo, il quale dimostrava, tra l'altro, come tante volte un talento improntato alla grazia, alla sensibilità, al senso dei tempi giusti, non vada disgiunto da un involucro e da un carattere che sembrano contraddire tutte queste doti. Il fenomeno, quella trasformazione che doveva partire da dentro, da qualcosa che non si rendeva visibile all'esterno tanto facilmente e che allora rimaneva inspiegabile, mi aveva comunque molto colpita. Non tanto da farmi desiderare, a ogni buon conto, di capitare in coppia con lui più dello stretto necessario rappresentato dai motivi sportivi, quando non puramente opportunistici ai fini della tenzone. I modi infantilmente espliciti di intendere il corteggiamento e il capitombolo che mi aveva fatto fare per aver mancato una presa in un impeto di superominismo smargiasso - Vai tranquilla che ti prendo! -, mi facevano propendere per un riconoscimento delle sue abilità meglio se a distanza.
L'altro motivo di incertezza era del tutto interiore e contingente. Proprio per questo sfuggiva ancor di più al mio controllo di quanto già non facessero i dubbi sulla mia inadeguatezza tecnica. Nel corso delle prove, impalpabili segnali di fumo erano corsi tra me e Matteo, il biovulare bello e simpatico. Non s'era forse posata, casualmente, la sua mano sinistra sul mio ginocchio destro nel buio del cinema durante la Febbre del Sabato sera proprio il giorno prima? E non aveva la mia mano destra, allora, sfiorato per pura disattenzione quella sua mano sinistra sul mio ginocchio destro? Al di là del fumo, però, l'arrosto ancora non si intravedeva e c'era tuttora motivo di dubitare che sarebbe andato a me, non essendo del tutto azzerato il pericolo costituito dalla persistente caccia di altre ragazzine al bene amato: biondo era e bello e di gentile aspetto. Non si aggiunge altro, poiché non occorre essere dodicenni per comprendere la facile caduta in questa rete di idealizzazione cortese e cavalleresca. Il nostro Manfredi non era biondo e non aveva forse questa gran favella, ma per i contemporanei poteva andare; per le contemporanee e coetanee, poi, era più che perfetto così.
Questa certezza che qualcosa fosse nell'aria, mista all'ansia ispirata al suo opposto, la tema di un insuccesso, mi rendeva quanto mai preda di un sottile nervosismo che in quei giorni non mi abbandonava mai, dalla mattina alla sera, qualunque cosa stessi facendo. Persino quando picchiavo qualcuno, cosa che ancora avveniva regolarmente almeno una volta al giorno, quello stato di vivificante ma anche fastidiosa eccitazione amorosa non mi abbandonava. In forza dell'innamoramento - che altro poteva essere questo stato di ipertensione continua? -, ogni attività o sensazione, la più banale, si svolgeva emotivamente sotto un nuovo riflettore, esaltandola se positiva, annullandola se sgradevole; ogni gesto o pensiero ne veniva amplificato.
Infine, un'altra scomoda consapevolezza, il Senso del Ridicolo, stava facendo capolino minando la sicurezza infantile e, con quella, le possibilità di vittoria, per il conseguimento della quale, si sa, la prima arma necessaria è un cuore intrepido. Il mio, chiaramente, iniziava a trepidare sin troppo, e per troppi motivi. Senso del ridicolo.
Finché le prove si erano svolte a porte chiuse tra noi ragazzini e l'arte si era mischiata senza soluzione di continuità con le botte, le cadute, i dialoghi futili e ricamati, complicati di sottintesi d'odio e d'amore, niente aveva intaccato la nostra dignità. Buster Keaton e una tragica Aly McGrew, il grezzo Bud Spencer e Doris Day, per quel che ci riguardava, avrebbero potuto benissimo girare lo stesso film; anzi, noi li avremmo apprezzati tantissimo film così eterogenei; ci sarebbero parsi l'unico modo totalmente alla nostra portata per rappresentare una realtà a tutto tondo; si sarebbero adattati alla perfezione al nostro mondo contraddittorio, che tale, però, non era affatto. Non per noi. La dicotomia non era prevista. Certe parole, d'altra parte, non sono difficili a caso per un ragazzino. Il fatto è che ciò che rappresentano, semplicemente non esiste ancora.
Ma ora, improvvisamente, la medesima rappresentazione di noi stessi, quel capolavoro di commistione dei generi, lì, nel "teatro" dei grandi, attori sempre così uguali a se stessi, controllati, separati da cambi di scena netti nei loro momenti di recita e di abbandono, come qualunque bambino ben sa dal momento che a lui è concesso seguire i primi attori, ancorché soldati, anche dietro le quinte della famiglia, quanto poteva suonare falsa, stonata, balorda!
Una caduta sarebbe diventata per il malcapitato fonte di umiliazione, nonostante il provvido applauso di incoraggiamento; lo spettacolo di due bambini che, convinti e compresi, ancheggiano in totale privazione di unicordo, avrebbe scatenato risatine soffocate sotto la maschera della compiacenza; un sorriso romantico tra due piccoli umani, intercettato, si sarebbe tramutato in un gesto di lampante idiozia. E l'amore e il ridicolo proprio non possono convivere, a nessuna età.
Quasi tutto questo si verificò. Una linea fu tracciata, anzi, diverse linee, fili di separazione che a volte si intrecciavano, si ingarbugliavano, tra essere, non essere, sembrare e apparire. Potevo essere capace di inventarmi ballerina, ma non più inventarmi di essere brava sulla base della sola autodeterminazione, in quanto altri erano più bravi di me e bastava avere gli occhi per vedere e girare con un bernoccolo in testa come prova schiacciante per sentire. Il fatto, poi, di avvertire con allarmante chiarezza che sguardi estranei di varia provenienza e natura erano in grado di scoordinarmi completamente, non tanto nel gioco del ballo, quanto in tutta me stessa, facendomi piombare nella più completa ignoranza di chi ero e cos'ero e com'ero, definiva l'incertezza del momento. Nessuno era colpevole, ma un pezzo di bambina, o la bambina tutta d'un pezzo, se n'era andato per sempre. O andata.
Eppure, la prima occasione in cui si esperì quel nuovo stato di cose, in seguito alla morte bianca della bambina, paradossalmente non fu governata dall'incertezza, ma da una lampante e granitica sicurezza.
L'occasione fu il mio primo breve fidanzamento che si strinse durante il lento, sotto le luci stroboscopiche e con la benedizione in falsetto dei Bee Gees. Se la nostra doveva essere, di lì a pochi anni, la generazione che apriva la tendenza dei matrimoni fulminati nel giro di pochi anni, non stupisce che i primi fidanzamenti nascessero con le ore contate. Niente, però, nel momento in cui mi arrivò la proposta di Matteo, avrebbe fatto presagire un precipitare così rapido e traumatico degli eventi.
Sono corse tante pagine prima di arrivare al dunque, ma la stessa sproporzione di tempo e di peso tra gli antefatti, le titubanze, i pensieri e i fatti stessi fu riservata alle aspettative e al veloce dipanarsi della faccenda nella realtà.
Questa si risolse in una domanda e in una risposta, scontata.
La domanda: "Vuoi essere la mia ragazza?"
La risposta: "Sì".
Bacini e abbraccioni, lieto fine.
Il bel vestito bianco sbracciato, il bustino stretto e la gonna ampia, con una passamaneria di velluto nero, il terzo posto alla gara e l'apoteosi: fidanzata! Fu un momento di felicità e non va descritto. Tutti sanno cos'è e che è noiosa. Probabilmente persino io l'avrei dimenticata, come tante cose stupende ma comuni.
Un solo neo, in tutto questo; un tarlo che iniziò il suo molesto lavorio a partire dai cinque minuti seguenti, dapprima in modo del tutto sotterraneo, con una sensazione di leggera ansia alla bocca dello stomaco, per diventare sempre più pressante. Fino a che, non appena ci fummo salutati con un casto bacino sotto l'ultimo pino del giardino fissando il primo appuntamento privato per l'indomani, l'orrore mi si parò davanti in tutta la sua crudezza. Di botto, ora che ero sola, i sensi resi desti dal silenzio della notte, calcando la ghiaia che mi separava dal portone, mi fu chiara la causa di quel senso di errore, di sbagliato, di insulso che mi stava impedendo di rotolarmi per terra e raggiungere la mia camera a capriole. Quella frase. Era lei. Era tutta colpa di quella frase: vuoi essere la mia ragazza. Che frase assurda, pensai. Brutta. Sciatta. Persino un po' umiliante. Indegna della poesia del momento. Il momento. Ora mi appariva il momento in tutta la sua estensione scenografica, e lo stavo uccidendo. Non era la prima morte bianca della serata. Già era morta la bambina, disciolta sotto troppi sguardi. Ora anche la sua vecchia conquista, quel momento sognato, stava per essere abbattuto a colpi di critica estetica per seguirla nella tomba.
Come già la prima proposta giuntami inattesa da sotto la maschera di Francesco e poi prontamente ritrattata - quel vuoi uscire con me? -, anche la domanda di Matteo non era, obiettivamente, un capolavoro di dialettica. Una frasetta che, per essere stata meditata e studiata quel che era stata studiata, era davvero poco brillante.
D'accordo, ma cosa si poteva pretendere? Lo stesso mi disse Massimo, l'amico fidato diciassettenne al quale l'indomani confidai il mio tormento: quasi mi rise in faccia e bonariamente mi sgridò che non facessi tanto la difficile, assicurandomi che la frase era del tutto nella norma, costituendo una delle due o tre varianti più comuni con le quali ancora ci si univa anche tra quelli della sua età. Ma io non potevo. Quello sentivo quella notte, sola davanti al portone. Non avevo proposte alternative su quel che avrebbe dovuto dirmi, al posto di quella frase convenzionale. Ma probabilmente, nei libri, nelle canzoni, nelle romanze liriche che amavo, nei film e in tutto quello che poteva essere allora il mio nutrimento spirituale, in quelli che allora costituivano i miei modelli di linguaggio, nessun essere che ci tenesse minimamente a far bella figura si sarebbe mai espresso così prosaicamente. Nemmeno, ed è il colmo, in una canzonetta dei Collage o del Giardino dei Semplici, che pure erano stati in grado di farmi versare lacrime di commozione davanti al giradischi quello stesso inverno: questo la dice lunga sul grado di disgrazia nel quale il povero Matteo era precipitato in quei pochi minuti da quando mi aveva lasciato.
Una civetta emise un suono lugubre mentre varcavo il portone. Ormai Matteo e la sua stramaledetta frase erano una cosa sola e la parola, non data, non conosciuta, quella volta nascondeva un significato che, invece, esisteva: kitch.
Quella storia doveva finire!
ACQUE

E ci vuole un attimo, ci vuole - ci vorrebbe. Poi tutto passa e va; ogni ideuzza e spirito insieme al pensiero molesto della pila di piatti, che non dovrebbe esistere, in una cucina dominata dal caos come non mi piacerebbe che fosse. Ma esiste, la pila, come esiste la concordia degli elettrodomestici che, in un mondo dominato dal caos, ordinatamente si guastano tutti insieme. E che vadano tutti a cagare. Vogliono rompersi, ribellarsi, ammutinarsi? Ma che facciano pure! Però la lavastoviglie no, diamine. Aridateme la lavastoviglie funzionante, specie dopo una cena con più persone, vacca boia.
Allora lavo i piatti (dopo). Ma poi, quel che resta passa comunque. E se ne va nel proposito onesto di non lasciare indietro le cinque relazioni da stendere; perché per una volta, una sola volta e poi non lo faccio più, vorrei sorprendere Me Stessa, farle una bella sorpresa e impedirle di ridursi, la nottata precedente la consegna, all’affanno di scriverle tutte insieme e indipoi zombizzare nei tre dì appresso.
Let down, let down. Cosa dice codesta canzone? Let down che roba?
Ho recitato una scena madre alla segretaria che smistava le chiamate del Pronto Soccorso Elettrodomestici. Obiettivo: velocizzare, possibilmente immediatizzare le procedure. Ma non è servito a niente. Anzi. Quella scaltra donna, non solo mi ha detto che, via, prima o poi sarebbero arrivati i signori tecnici di lavastoviglie e lavatrici infortunate, ma, se il mio problema era più che altro l’acqua stagnante sul fondo della lavapiatti, problema col quale mostravo una certa riluttanza a convivere nel fine settimana e forse più, bastava tirare su quell’acqua, prima che imputridissesi. Con gli stracci. [Risatella incredula e scoraggiata della sottoscritta]. Boh, sarà stata la risatella, sarà stato il fine intuito psicologico della donna, non si sa bene come conscia di parlare con una che detesta lavare i piatti con tutto il cuore e ancora di più perdere il proprio tempo raccogliendo acqua fredda dal fondo di una lavastoviglie con uno straccio, ma ha pure subito aggiunto, con un tono indefinibile e senza un motivo al mondo: “come fanno tutti”. E con ciò, eccoti sistemata. Ma… “come fanno tutti”, a contorno di certi pratici consigli, lo dirà a chiunque chiami il loro negozio? Non posso fare a meno di domandarmelo, anche se la cosa mi fa abbastanza ridere. Perché, in qualche strato profondo di coscienza, so che la tizia ha ragione, mi ha beccata; quello che davvero mi ruga è dover lavare i piatti a mano e io stessa me ne frego di quell’acqua. Non proprio nel senso che intende lei e che dovrebbe indurmi a risucchiare senza por tempo in mezzo lo sporco liquido in qualsiasi modo come fanno tutti, a quanto pare. Me ne frego altamente in un altro senso: chiudo lo sportello della lavastoviglie ammutinata e ciau. Spero che il signor tecnico si porti una mascherina per quando aprirà quel sarcofago elettrico, io me ne lavo le mani. Fuori sarà tutto lindo e pinto, e ogni stoviglia qui presente sprigionerà un rassicurante olezzo di pompelmo rosa poirché io ora vado a lavare i piatti.
Ho sognato, l’altroieri, che bevevo a garganella e con gran gusto da una bottiglia di acqua Lete. Pazza di sete, ero. Ahhh, che bevuta, che soddisfazione! Dove? In una specie di teatrino di parrocchia, credo, anzi son certa, annesso al Seminario Vescovile della città, un teatrino dove una volta, un sacco di tempo fa, vidi uno spettacolo divertentissimo delle Sorelle Suburbe e dove un tempo, quand’ero giovinetta, organizzavano il Cineforum. Nel sogno, però, stavano per esibirsi Aldo Giovanni e Giacomo. Io e altri con me – una buona parte di parenti e di quelli che conosco – aspettavamo impazienti, o forse pazienti, non lo so. E io bevevo la mia acqua Lete, bevevo, bevevo, beatamente, golosamente bevevo.
Boh. Poi, al risveglio, mi ricordavo tutto benissimo, nei dettagli e nelle precise sensazioni. Soprattutto quella bevuta. Ricordavo poi che ero arrivata prima e tenevo il posto agli altri; i quali, man mano che arrivavano, ringraziavano e riempivano le file e io, alla fine, mi trovavo davanti ma seduta da sola rispetto alla compagnia, bella roba. E naturalmente mi chiedevo che razza di sogno fosse, quello. E non tanto per le immagini del sogno in sé, ma per il fatto di ricordarmelo così bene, come quelli in cui passa una pellicola piuttosto forte o significativa senza sembrarlo. Mentre sto lì a pensarci, in macchina, mi viene in mente non so come che la parola Lete forse esiste in un altro contesto e deve avere a che fare con qualcosa di mitologico, oltre che con la marca dell’acqua che io da un po’ di tempo effettivamente bevo; qualcosa di mitologico e legato alla morte, a un fiume... Ma sarà così? Perché io della mitologia non mi ricordo un tubo. Quello non è lo Stige? Bah, mah, chissà, sicuramente non è così, eppure... ho la sensazione che la morte c’entri con Lete, ma non so né come né perché. Di colpo, però, il sogno, la sua trama nascosta mi sembrano interessanti. Acqua, simbolo di vita; acqua Lete, la morte. E va beh, e poi? Aldo Giovanni e Giacomo come ci entrano? Che poi magari la sera prima avevo mangiato pesante e di notte c’avevo una sete boia e siccome che in frigo avevo l’acqua Lete… Sai cosa faccio adesso? Mi vado a vedere cos’era ‘sto Lete su google, ché magari non esiste nemmeno. Potevo pensarci prima.
[…] E invece esiste ed è il fiume dell’oblio nella mitologia greca e romana e se ne parla nel libro IV dell’Eneide. Si vede che, in quella lontana quarta ginnasio, in una qualunque mattina sonnolenta e nebbiosa, mentre mi lacrimavano gli occhi dalla noia mortale; mentre, fingendo di niente, mi assopivo come sempre quando si faceva l’Eneide (mi lasciavo trasportare dal fiume dell’oblio?), che era pure musicale a leggerla in latino, non dico, ma restava comunque una gran palla che non aveva senso trascinare sminuzzare triturare per mesi e mesi, l’intero anno scolastico praticamente; si vede che in quella lontana mattina, dicevo, la lettura monocorde di un compagno penetra di soppiatto nella mia coscienza indolenzita dal totale disinteresse; l'Enea, tutto sommato un tipetto anonimo, a quel punto, zitto zitto, ci si piazza dentro comodo comodo mentre, davanti al fiume Lete (ecchitelo lì), “osserva le anime dei morti che bevono la sua acqua per dimenticare la loro vita passata ed essere pronti alla loro nuova esistenza” (Wikipedia dixit). Bandito da allora dalle mie letture non più obbligate, come tanti altri personaggi della letteratura scolastica, l'Enea ci si piazza a lungo in quell’oscuro cantuccio della memoria non vigile, mentre io non ne so niente, e mi risbuca a tradimento in un sogno dell’altroieri mentre aspetto di ridermela con Aldo Giovanni e Giacomo in un posto che subito, al risveglio, mi rievoca le sbiellate Suburbe epperò, per dirla tutta, ora che ci ripenso, anche una rassegna dei film di Ken Russel, personaggio già più inquietante delle due comiche torinesi. Ohibò. Si fa strada l’idea che non sia questo un sogno di morte ma che abbia a che fare molto di più con la vita, con l’adesso e qui, con me, che mi accingo forse a una specie di nuova esistenza. Forse. O forse mi cago sotto all'idea della morte persino dormendo, e non ci sarebbe niente di strano.
Di questo fiume Lete si parla anche, leggo, nel X libro della Repubblica di Platone, dove viene narrato il mito di tale Er disceso nell'oltretomba per conoscere i misteri della reincarnazione delle anime; e poi ancora, nei frammenti orfici: agli iniziati che sono giunti nell'aldilà e si apprestano a entrare in una nuova vita, “si raccomanda di non bere l'acqua che induce l'oblio ma di cercare di far tesoro del proprio passato per conseguire un superiore livello di saggezza”. T’è capì? Qui il consiglio è diverso: meglio non dimenticare per essere pronti alla vita nell'aldilà. Ma io i frammenti orfici non li conosco né li conobbi mai, a differenza delle indigestioni rimosse di Virgilio e Platone (meno rimosso, questo, per aver scassato meno i maroni negli anni di scuola). Obliare o non obliare? Obliare - o non obliare - per vivere meglio o per crepare più cuntent e meno trist? Questo è il dilemma?
Ma ecco che mi dimenticavo di un dettaglio importante del sogno, forse il più importante e comunque oscuro di tutti; quello per cui, anche nel sonno stesso, la situazione apparentemente rilassata e banale dell’attesa dello spettacolo, del divertimento e della soddisfazione della sete portava con sé una sensazione vagamente destabilizzante. Succedeva infatti che, in un quadro successivo del sogno, non meglio identificato, qualcuno, ugualmente non identificato, al mio racconto della bella bevuta (e si vede che lo andavo raccontando a tutti di ‘sta bella bevuta d’acqua a teatro, che mi doveva parere proprio una figata senza precedenti! Neanche fosse champagne. Che il teatro della vita al momento mi sembri un luogo ameno, una sorsata di acqua fresca?) mi chiedesse se avevo bevuto di quell’acqua al buio o alla luce; perché, se per caso l’avessi bevuta alla luce, i suoi effetti benefici non avrebbero avuto effetto. E io, cazzo, l’avevo bevuta alla luce! O era viceversa e avrei dovuto berla alla luce per trarne giovamento? Com’erano le luci della sala? Ancora accese o già spente? Comunque sia, il succo è che l’avevo scolata nel modo sbagliato, non si sa ora se alla luce o al buio. E ti pareva.
E lì mi svegliavo e chi s’è visto s’è visto.
Bon, ora, se qualcuno dovesse essersi trovato a pensare di aver perso il proprio tempo a leggere queste cose qui trovandole un ammasso di cazzate sconclusionate e/o prive di senso, una marzullata, un ciclo interrotto di lavatura di piatti sporchi, o avesse pensato qualcosa come “e chissene”, può essere che abbia ragione.
L’acqua con gli stracci non la tiro su, no no.
Cia'
Ciao, amici. Dico a quel gruppetto di splinderosi che ogni tanto passano e mi danno un buffetto, un coppino, un bascìno. E comunque a chi passa.
E' passato sì tanto tempo che qua tutto è arrugginito. Non mi ricordavo nemmeno come si faceva a postare, mannaggia. E questo è niente. Ho appena fatto il mio primo acquisto a rate (emozzzzione!) Oggetto: un computer spaziale con cui già mi vedo nei mesi prossimi venturi ingaggiare terribili battaglie. Speriamo sia a prova di stupido, va'. Per ora sono alle prese con il salvataggio di quello che c'è qua dentro, nel vecchio chiodo, e con un bicchiere di Dolcetto del Monferrato.
Bon, postus interruptus. Woody Allen. Tocca andare, se no mi becco una fila chilometrica al botteghino. Mh... m'è tornata un po' di voglia di schiacciare i tasti...
INTIMO
Il treno stava per entrare in stazione. Da lì, dopo mezz'ora salvo ritardi, avrebbe preso la coincidenza per Torino.
Tutte le volte che passava dalla stazione di Bologna se la faceva sotto.
Succedeva quasi ogni anno, più o meno nei giorni della strage, all'inizio di agosto e, quando quella voce metallica, BOLOGNA, STAZIONE DI BOLOGNA! tuonava dall'altoparlante, sentiva il freddo addosso e pensava Via, Via, presto, la coincidenza, filarsela.
Fa sempre molto caldo alla Stazione di Bologna.
Tutti i rumori, i sibili, le valige che strisciano, i passi della corsa improvvisa di un uomo che corre inseguendo un cambio di binario, gli involti di carta gettati da una mano nei cestini, le voci dei bambini impazienti, nella stazione di Bologna sono diversi da quelli di qualunque altra stazione.
Qualche anno prima, mentre correva al binario 1, c’erano ancora i segni visibili della deflagrazione. Sapeva che in un giorno caldo come quello, sulla panchina davanti a quel binario, un quattordicenne che si chiamava Diomede aveva letto il suo ultimo fumetto. Quel giorno, lì vicino ad aspettare un treno, Iowa, che aveva vent'anni e non ne avrebbe mai avuti di più, stava per vedere per la prima volta Venezia e l'aveva scritto sul suo diario di viaggio: "Stasera, finalmente vedrò le gondole di San Marco". Ma poi non era andata così. Due anni dopo, di lui avevano scritto: "Nei 67 casi di lesione da crollo ne rientra uno in cui la morte si verificò per asfissia da confinamento tra le macerie o per compressione toracica con ostacolo della meccanica ventilatoria (Sekiguchi Iwao)"¹. Fu per questo che Iwao non tornò a Tokyo e non divenne un diplomatico come aveva sognato.
Su quello stesso binario, al telefono vicino al ristorante, un uomo diceva alla moglie "Non aspettatemi… mangiate pure, sono in ritardo ma tra poco arrivo". L'uomo si chiamava Nazzareno ma nemmeno lui prese il treno per Venezia. Nel brusio della sala d'aspetto i bambini correvano. Angela aveva una bambolina rossa e voleva il gelato. Ma i gelati fanno male, specie alle dieci del mattino.²
Poi, ogni anno, il treno partiva e ogni volta, ogni volta lei pensava che era ancora viva e ai morti e al sangue dei vecchi giornali.
Quell'estate della bomba ci passò appena prima o appena dopo.
Il ricordo è di baci e di sangue. Non sa cosa venne prima, e cosa dopo.
Lei e il padre schiacciati in un piccolo ammasso di persone davanti al cesso del treno, ore e ore, in una notte calda, sferragliante e scomoda che non si arrivava mai. Quindici anni e una vacanza che iniziava tardi. Rimandata, traduceva Cesare nella pianura afosa. Ma poi, finalmente era partita a raggiungere il resto della famiglia a Rimini.
A quindici anni, quei due ragazzi di venticinque-ventotto anni che nel microcosmo di una piattaforma affollata si parlavano e si conoscevano per la prima volta, spinti dalla promiscuità dello spazio vitale angusto, le sembravano molto vecchi e vissuti. Bellissimi.
Spiaccicati contro di loro, guardoni per forza, lei e il padre seguirono tutte le evoluzioni della nascita di quell'amore da treno. Loro che a Tortona parlavano del più e del meno, loro che a Piacenza si raccontavano le loro vite, che a Parma si dicevano dove andavano e perché ci andavano, che a Reggio Emilia o forse già a Modena parlavano un po' meno, ridevano tanto e si guardavano moltissimo negli occhi.
E poi, quando stavano per arrivare alla stazione di Bologna, si baciarono liquidamente, premuti tra gli altri, avvinghiati tra loro. Sembrava anche un bacio un po' disperato perché, forse, in quel momento, non stavano andando nello stesso posto. Dispiaceva per loro, come nei film.
Erano belli, erano un'estate calda degli anni Ottanta.
Continuarono a limonare un casino fino alla fermata nella Stazione di Bologna e il padre faceva finta di niente ma era imbarazzato.
Lei pensava che era bello avere venticinque anni o anche ventotto, non essere stati rimandati in greco e matematica e arrivare alla Stazione di Bologna in libertà limonando con uno sconosciuto in treno.
Forse la bomba non era scoppiata ancora.
***
Alla stazione di Bologna c’era stato un cambiamento, dall’ultima volta, che per un attimo l’aveva spiazzata.
La panchina davanti al Piazzale Ovest era stata sostituita da una batteria di armadietti portavalori o qualcosa del genere. Non potette sedersi. Le gambe le dolevano. Il calore era insopportabile. La sorprese un leggero dispiacere per la scomparsa della panchina di ferro su cui aveva atteso un treno sbaciucchiandosi con lui. Prima che tutto accadesse. Ora attendeva da sola. Il milk-shake di Mc Donald’s stava finendo. La cannuccia produsse un risucchio.
Al diavolo la nausea. Gettò il bicchiere di cartone nel cestino e si sedette su un rialzo di cemento accanto al trolley.
L’arrivo di un treno sul binario 1 Ovest soffocò la voce dell’altoparlante che annunciava arrivi e partenze. Il cartellone automatico elencava tutti i treni, ma del suo incomprensibilmente non specificava il binario di arrivo. Si accese una sigaretta.
La nausea si ripresentò fulminea con un giramento di testa e dovette piegarsi. Maledizione al milk-shake! Avrebbe voluto indietro la maledetta panchina, quella dei baci.
Un trambusto attorno a un ferroviere che stava dicendo qualcosa senza fermarsi produsse l’effetto di svuotare immediatamente la banchina. Tutti si stavano spostando verso le scale. Un fottuto cambio di binario, del suo binario.
Riprese il trolley e si avviò spedita verso le scale che portavano al sottopasso.
Sollevando con rabbia la valigia pesante, pensò cinicamente che con un po’ di fortuna avrebbe potuto evitare tutto quanto con quell’unico sforzo che le stava spaccando le reni e abortire direttamente sulle scale del Piazzale Ovest: tutte le trafile, i tempi, le attese, i pensieri ossessivi, le decisioni mai decise. Come dire, una storia circolare. Dai baci sulla panchina di ferro al feto sulle scale di marmo. Il destino freddo e amaro del Piazzale Ovest.
Ah! Le venne quasi da ridere. Fece una smorfia.
Era tutto molto sporco.
La pressione era ai minimi termini. Un rivolo di sudore le attraversò il solco dei seni. Lasciò cadere la valigia a terra e decise di trascinarla facendola smottare pesantemente di gradino in gradino. Le rotelle sbattevano con cadenza di tonfi. Se la prese negli stinchi e biascicò un ‘fanculo. Svoltò nel corridoio in penombra e la rimise in pista. Sulle pareti osservò senza fermarsi le fotografie in bianco e nero dei morti della strage. Non si fermava, ma passava con lo sguardo da una all’altra senza saltarne nessuna. Anche loro parevano osservarla. Avevano pettinature datate, colletti a punta e occhiali squadrati. Le piacquero le didascalie. Nata nel 1959. Si è fermata qui, 1980. Il calcolo mentale era semplice, con quella data rotonda: ventitré anni prima. Una vita. Eppure sembrava passato pochissimo tempo. Quei volti fermati in un viaggio che scorrevano di lato ai viaggiatori in corsa sembravano ricordarti che dovevano andare ancora da qualche parte, anche loro, per sempre. Ed era giusto così.
Risalì alla luce del terzo binario.
Si accasciò sul primo posto libero. Su quei treni, tanto, non si poteva più fumare. Fanculo. E poi, accendere significava richiamare la nausea, si disse. Meglio così. Sistemò la valigia accanto a sé. Se qualcuno insisteva a volerla sollevare sull’apposita rastrelliera, prego, si accomodasse pure. Sperò che il treno partisse all’istante smuovendo l’aria ferma dello scompartimento e chiuse gli occhi come a riprendere energie. Avrebbe voluto pensare a lui, al Posto, ma se lo impedì. Lui e il Posto erano da ieri il passato remoto e ora le cose erano diverse. Che ci facesse l’abitudine, dunque.
Dieci minuti dopo, il brusio dei passeggeri fu sovrastato dallo sferragliare metallico amplificato dai finestrini aperti in corrente. Niente fumo di sigarette; ma nemmeno aria condizionata, se era per questo.
Avrebbe potuto cercare di pensare a un futuro nuovo, magari roseo e soddisfacente, inventarselo come passatempo di viaggio. Ma il solo rendersi conto che quello era un inutile trucchetto, per il momento, le faceva salire le lacrime agli occhi. I tempi non erano ancora maturi per poter far finta di niente. Estrasse il romanzo dalla borsa e si concentrò incoerentemente sui vicini. Niente di interessante. O forse sì? Un uomo grande e grosso, completamente vestito di nero, urtò la valigia che invadeva in parte il corridoio. L’uomo chiese di potersi sedere accanto a una ragazza bionda, un posto avanti al suo, sul lato opposto. La ragazza rispose che era libero. Poteva vederli entrambi, obliquamente. Quando si sedette, notò che, fuori dai canoni, era molto bello. Alto, enorme, quasi grasso, bruno, con la barba nera incolta e il naso leggermente aquilino. Le ricordava qualcuno, ma non avrebbe saputo dire chi. La ragazza era piccola e molto magra, il tipo di magrezza spaurita. I capelli sottili e diritti le arrivavano alle spalle. Era vestita di chiaro ed era pallida, come se in quell’estate torrida fosse sfuggita con determinazione al più tenue raggio solare nel chiuso di una torre. Due opposti. Avrebbe voluto vederli abbracciati. Anche loro erano un po’ così, due opposti. L’immagine di lui su di lei mentre facevano l’amore l’attraversò improvvisa come una coltellata a livello dello stomaco con la solita sensazione di farle mancare il respiro. Era impossibile non pensarci mai, ancora impossibile. Sarebbe stata più dolorosa e persistente la mancanza della sua presenza fisica o… ? Ma basta!
I due fratelli che le stavano seduti di fronte, una ragazza di circa quattordici anni e un ragazzino più giovane, sembravano molto silenziosi, persino parlando. La madre, accanto a lei, lato finestrino, telefonò a un uomo che avrebbe dovuto andare a prenderli per portarli a casa. Accento nord-est con inflessione tedesca. Ecco cosa biascicavano i due rampolli. Un po’ in tedesco e un po’ in italiano, ridacchiavano e si spingevano con una pressione leggera dei gomiti per il possesso del bracciolo in comune. Tutto in sordina. La madre si stava alterando con l’uomo al telefono che non sarebbe stato alla stazione come previsto. Cause di forza maggiore, pareva. Questo, però, scombussolava in maniera tragica il rientro della donna e dei ragazzi che, sprovvisti di biglietto per la seconda parte del viaggio, non sarebbero riusciti a prendere la coincidenza per tornare a casa, a meno di non farlo sul treno. Anche questa situazione le parve un déjà vu. Lui le scombinava sempre i piani con leggerezza, senza mai rendersi conto delle conseguenze. Odiò lo sconosciuto dall’altra parte del cellulare che doveva essere proprio uno stronzo anche lui. Insomma, teneva per la donna. La telefonata finì e la madre chiese notizie al controllore. Quello scherzo le sarebbe costato quindici euro in più di penale, oltre al costo ordinario del biglietto per la rimanente tratta. Sperò che l’uomo richiamasse e si rendesse conto che era stato un cazzone. Non sembravano i tipi che quindici euro in più cosa vuoi che siano.
C’era, nei loro vestiti, specie in quelli della ragazza e della giovane madre, come un’idea vaga di moda, ma raggiunta in una bancarella di paese attraverso gli echi delle riviste meno sofisticate. I pinocchietti rossi a vita bassa della ragazzina e la gonna della donna, dalla foggia indecisa tra un tubino e un portafoglio, rivelavano cuciture bianche grossolane dall’andatura irregolare; gli orli ne risultavano deformati. Le ciabatte a zeppa alta della madre erano tozze, di plastica andante come le infradito piatte della figlia. In quello studio di vestiario, risalì fino ai volti dei due ragazzini che le stavano di fronte. Solo in quel momento si accorse che sopra gli indumenti ordinari stavano due volti di una bellezza diafana e rara. Si assomigliavano molto per via del taglio obliquo degli occhi grandi. Le iridi cerulee avevano la trasparenza e la calma di un lago e occupavano con agio lo spazio vasto e bombato del bianco. Al di sotto un’ombra leggera delle occhiaie, a partire dall’attacco del bel naso che pure avevano simile, ne rilevava il disegno perfetto. Le sopracciglia, sottili e biondissime, quasi bianche come i capelli fini, si sollevavano appena in un elegante angolo smussato. Quegli occhi, il collo lungo e sottile, l’incarnato pallido, la magrezza asessuata del bambino e dell’adolescente e i loro gesti misurati e timidi, le restituirono nitide immagini di angeli cinquecenteschi o di diafane vergini di chiese nordiche.
Non poté che fissare in adorazione tanta bellezza.
A Parma salì un ragazzo down accompagnato dal nonno. Si sedettero con una certa goffaggine nei posti accanto, oltre il corridoio. L’operazione difficoltosa coinvolse l’anziana signora e la ragazza che occupavano gli altri due posti accanto al finestrino, tra spostamenti, aiuti e salvataggio di se stesse quando il ragazzo si lasciò cadere sul sedile senza prendere bene le misure. Prima che il treno ripartisse, al di là del finestrino comparvero i volti ravvicinati dei genitori; si stringevano guardando in alto come per entrare nell’inquadratura ravvicinata di una foto, tirati in un sorriso già pieno di nostalgia, preoccupazione e felicità per quel viaggio che per il ragazzo, quasi un uomo nonostante l’abbigliamento da adolescente, era un diversivo avventuroso. Quando lui si accorse finalmente di loro e dei saluti fiduciosi e rasserenanti, il volto gli si aprì a sua volta in un sorriso di gioia. Li salutò sbracciandosi. I volti innamorati sfumarono. E lei si stava commuovendo. Così distolse gli occhi dal cappellino da rapper del ragazzo. Ma le faceva piacere ascoltarlo. Lui annunciò al nonno che a Torino avrebbe abbracciato la nonna e che aveva fame. Quando si mangiava?
L’uomo nero e la donna bionda, forse suoi coetanei, ora stavano chiacchierando. Di fronte a loro intravedeva la sagoma dal profilo torpido di un ragazzo grasso che non smetteva di giocare con il cellulare. Quando il treno si fermava, i suoni acuti del giochino diventavano martellanti. Ecco chi le ricordava l’uomo, Ivano Fossati!
Il ragazzo, ammiccando al nonno, girò il cappellino al contrario, puntando la visiera verso lo schienale. Risero. Poi gli mostrò, fiero, tutto quello che aveva portato con sé disseminandolo nelle sei tasche dei bermuda cachi che infatti parevano pieni di boffe e rigonfiamenti. Il pezzo forte, comunque, una bustina di decalcomanie, era anche il meno ingombrante.
"Cosa sono?" gli chiedeva il nonno, basito.
"Tatuaggi!", scattava lui con orgoglio.
"Ah!", rispondeva il vecchio, "Bellissimi!!!"
La nausea, dimenticata o scomparsa per un po’, ora stava tornando man mano che Asti si avvicinava. Guardare gli occhi dei due cherubini altoatesini le produceva un effetto calmante. La madre si era rilassata. Sembrava un tipo pratico e sereno, in fondo. A giudicare da brandelli di frasi colte qua e là, doveva essere una contadina. Asciutta e forte. E lei pensò che, se pure non avesse avuto nient’altro, aveva quei due bambini che sembravano affrescati e, anche se non proprio alla stazione di cambio e non prima della fine di una lunga giornata estenuante, quel marito da qualche parte l’avrebbe pur ritrovato ad aspettarla, infine. Magari non era poi neppure tanto inetto e la causa dell’inconveniente era davvero di forza maggiore.
Ma un figlio ce l’aveva anche lei!
Era la prima volta che pensava a lui, a quel bambino di cui da non molto aveva scoperto l’indesiderata presenza e proprio alla fine della loro storia, come a un figlio, come, cioè, a qualcuno che può rimanere, e crescere, e cambiare. E di cui essere magari orgogliosi. L’appuntamento per l’intervento era già fissato in clinica per lunedì. Scacciò quel pensiero, non lo sentiva più suo.
Cappellino da rapper sporse il testone sul corridoio, incuriosito dal bip bip dei giochini del ciccione davanti, ma subito si ritrasse poco interessato e chiese al nonno se a Torino gli comprava il gelato.
"Non fanno tanto bene i gelati", gli rispondeva il nonno. "Ma sì che fanno bene", diceva lui.
Testa da rapper era proprio simpatico. (Anche lei avrebbe detestato che suo figlio si perdesse in un giochino per quattro ore). E il nonno, vestito da nonno, aveva però degli occhiali da vista assurdi. Sembravano due televisori spenti, tanto erano grandi e scuri, e le stanghette erano di metallo intrecciato. Un reperto introvabile fine anni Settanta e forse anche da donna, sospettava. La foggia degli occhiali le richiamò le foto viste alla stazione; e tutti quei viaggi, tutti quegli abbracci che non c'erano più stati, tutti quegli occhiali enormi e sgraziati che non erano mai più stati sostituiti. Si sorprese a pensare se, dopo quella scoperta, fosse più buffo il nonno con i vecchi occhiali da donna o Testa da Rapper.
"Si sta bene a Torino, nonno?"
"Eh, fa molto caldo…!"
"La nonna l’abbraccio!" ribadiva lui.
Dopo Alessandria, a un passo da casa, il treno si arenò nella campagna buia senza un perché apparente. Arrivò ad Asti con un ritardo di trenta minuti.
Lei scese con fatica dal treno. Si avviò verso l’uscita trascinando dietro di sé il trolley, come un bambino recalcitrante, e scomparve oltre la porta.
Il treno ripartì immediatamente. Un ragazzo col cappellino da rapper al contrario salutava da uno dei finestrini illuminati.
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Note
1. Estratto dalla Relazione della Perizia riepilogativo-comparativo-statistica affidata ai medici legali, depositata in data 22/11/82, in " Sentenza n. 4/88 emessa in data 11/7/1988 dalla II Corte d'Assise di Bologna nel procedimento penale n. 12/86 R.G.C.A. al quale sono riuniti i procedimenti penali nn.l3/86 R.G.C.A. e 2/87 R.G.C.A".
2. I nomi sono quelli reali di alcune delle 85 vittime della Strage di Bologna del 2/08/80.
GLAUCO
Questa invece è una storia vera di passioni represse e palle express.
La passione è quella del calcio e chi ama e da una vita reprime il suo slancio per il pallone è uno che qui chiameremo Glauco, ma solo perché Glauco è un nome che piace a me.
Glauco ama il calcio, le partite, le telecronache, la complicità maschile di una serata tra tifosi. Forse non ha una squadra del cuore, ma questo non lo so con certezza e c’è un motivo.
Sin da quando lo conosco, infatti, Glauco ha sempre negato di amare il calcio.
O meglio – poiché io mai gli ho chiesto Non ti piacerà mica il calcio, vero??? -, diciamo che spontaneamente fa mostra di disapprovare uno sport tanto seguito.
La sua opinione ufficiale prende forma in una smorfia di rapido disprezzo con la quale intende archiviare discorsi banali e noiosi come il calcio e le partite.
Salta le pagine sportive del quotidiano e cambia canale alla radio o mi permette, senza batter ciglio o quasi, di cambiarlo quando annunciano una telecronaca.
Se in una conversazione si sfiora l’argomento, lui appare sempre disinformato e indifferente e quasi insofferente.
Con le donne, amiche, colleghe, fidanzate e consanguinee, l’ostentazione di tale disinteresse assume forme più definite e categoriche.
Tutte le donne che lui conosce, beninteso, non apprezzano il calcio neanche un po’ e ancor più detestano tutto il gran parlare che se ne fa intorno.
Sotto questo punto di vista, non c’è che dire, Glauco è circondato.
Va anche detto che, comunque sia, a nessuna di loro importerebbe molto se, invece, Glauco vedesse di buon occhio questo sport e nemmeno se lo adorasse addirittura. Personalmente, magari, dovendo passare molto tempo con il nostro per motivi di lavoro, apprezzerei, nell’eventualità, di non essere sommersa dalle telecronache radiofoniche, ma nulla di più, lo giuro.
Ma conosco Glauco da troppo tempo e a me, come a tutte le donne che come me o più di me lo frequentano da anni o da sempre, Glauco non la fa più.
In più di un’occasione Glauco si è tradito.
Un giorno - stavamo per recarci a un appuntamento di lavoro -, un impercettibile fremito di dolore gli ha disegnato una ruga intorno agli occhi mentre annunciavano la telecronaca di non so che evento calcistico.
In un altro frangente, ho visto storcersi le sue labbra per un risultato.
E ancora, l’ho sorpreso bloccarsi e mutarsi in una statua di sale nel bel mezzo di una discussione, l’orecchio teso di botto ai risultati del totocalcio uditi da una radio al bar, l’occhio sbarrato, immemore dei presenti per alcuni istanti, e poi riprendersi come nulla fosse, senza commenti. L'ho visto.
Passavano gli anni. Aumentavano gli indizi e si aprivano i confronti sui sospetti tra le altre donne del gruppo: i pezzi combaciavano.
La sorella confermò, levando gli occhi al cielo: “Non lo ammette”, disse.
Un giorno eravamo al lavoro, c’erano i mondiali. Glauco non ce la fece più: mi chiese le chiavi di casa mia, attigua allo studio, per poter seguire l’Italia. Ma questo non sia mai detto! Non ci furono commenti. Il giorno dopo, a metà pomeriggio fece lo stesso; questa volta non giocava nemmeno l’Italia.
Nei torridi pomeriggi seguenti, mi chiese le chiavi anche per certe partite tipo Zambia-Camerun…
Glauco, Glauco, che fai? Perché ti ostini, Glauco, a ignorare che noi vediamo?
E ti giudichiamo. Così fan tutte. Noi, le donne, giudichiamo, analizziamo, rompiamo.
Vediamo, le carte scoperte.
"Il richiamo dei Mondiali è forte, eh?" dico. Ogni tanto ci provo.
E invece no. Io dovrei fingere di ammettere che fa troppo caldo per lavorare. Davvero troppo. E dunque? E dunque un sonnellino sulla poltrona di casa mia, giusto il tempo di una partitella Zambia – Camerun, che proprio ora è in diretta, che ti concilierà il sonno, è quel che ci vuole.
"Figurati, chi se ne frega dei Mondiali… Ma mi faccio un pisolino sulla poltrona. Sai, no, che io davanti alla tele mi addormento? Con questo caldo, poi…", dice. E sale.
Glauco ha paura. Terrore. Glauco scappa.
Tutti i Glauchi del mondo scappano.
A loro, del calcio, non gliene fotte niente. Ma niente, eh!

A CHI
Prima di coricarsi, Ada si guardò attorno e fece ancora un giro di ricognizione.
Non ha dimenticato nulla, pensava, mentre lo sguardo si spostava sui mobili del soggiorno. Si affacciò sulla soglia della camera da letto: niente. Procedendo all'inverso diretta in cucina, guardò gli oggetti che aveva usato, lo specchio dove si era specchiato, sebbene non gliel'avesse mai visto fare. Trovava qualcosa di sgradevole nel sorprendere le persone che si controllano allo specchio, quei colloqui muti tra il sé e l'apparenza di sé; ascoltare le conversazioni altrui al telefono, fotografare la gente a sua insaputa, anche se ognuna di queste cose l'attirava enormemente. Era attratta dagli uomini che si radono allo specchio, ma osservare quello che ai suoi occhi era un rito intimo le piaceva così tanto che non lo faceva mai. Era senz'altro una sciocchezza, ma non aveva mai incontrato un uomo al quale poter chiedere: posso guardare mentre ti radi?
Distolse l'attenzione dalla specchiera, e un attimo che non esisteva, o che non esisteva più, passò di lì e lei quasi poté avvertirlo fisicamente. Era una strana sensazione. Si chiese se persone dotate di meno immaginazione di lei potessero percepire simili esperienze quasi extracorporee, che le sarebbe stato difficile spiegare a parole. Una mano sfiorò allora il tavolo di noce un po' imbarcato e i tarli che vi banchettavano all'interno da mesi produssero in quell'istante sospeso un sonoro scricchiolio; dita maschili ben curate si portarono un bicchiere alle labbra, uno sguardo si affacciò oltre i vetri della cucina. Poi, sbattendo le palpebre, anche quella visione si dileguò. Spense finalmente le luci.
A letto, quel pensiero tornò ad ascoltarla nel buio; espandendosi, incontrollato come una macchia d'olio, galleggiava fino a collegarsi ad altre immagini che raggiungevano la superficie dai fondali del dormiveglia: quando mai qualcuno aveva dimenticato qualcosa? Nessuno, per quanto riuscisse a rammentare. Non parendole possibile, si sorprese a scartabellare con la rapidità formidabile del sonno incipiente addii e partenze di uomini che aveva amato o che aveva cercato, creduto di amare. Istanti che non esistevano più tornarono a sfilare nell'oscurità in diapositive sfocate, ma questa volta nessuna sensazione fisica le rianimava; anzi, quel riepilogo secondo l'ordine inconsueto, alla voce Partenze, faceva sembrare la faccenda vagamente ridicola, tanto che a un certo punto li vedeva tutti prendere la porta - anche quelli che si erano congedati davanti ad altre uscite di scena - mentre facevano ciao ciao con la manina, in maniera del tutto incongrua rispetto al pathos che, nella realtà, ognuna di quelle separazioni aveva avuto a suo tempo. Eppure, anche quella riduzione farsesca dopo poco non le era parsa più tanto incongrua.
Ma quante separazioni… troppe, persino per un film di Ridolini. Già. Li vide uno a uno, senza necessità di ricordarne i nomi, i primi effetti personali a lasciare la sua memoria pessima e offesa. E mai era rimasto, per errore, un calzino, una lametta, un qualunque stupido oggetto che già non fosse appartenuto legittimamente alla casa: non era così che succedeva nei libri, nei film? Nei libri, nei film, qualcuno ogni tanto tornava indietro con l'aria di dire "ehm, mi sono sbagliato", o qualcosa del genere. Loro, invece, non si erano sbagliati mai dopo aver abbandonato la casa, in preda, a quanto pareva, a un'autentica ossessione maniacale: non scordare niente. Né portare mai via niente per errore. Caso mai.
"Non dimentichi niente?", aveva detto sempre lei accompagnandoli alla porta, quasi correndo loro in soccorso. Sapeva forse che sarebbe stato meglio così? Cosa sarebbe capitato se qualcuno avesse dimenticato qualcosa? Magari qualcosa di molto importante, indispensabile. Tanto valeva non chiederselo. Non si sarebbe mai saputo, comunque.
D'un tratto, non poté ignorare un dubbio allarmante: ma… erano mai esistiti?
Erano mai esistiti?
Erano mai esistiti?
C'erano mai stati quegli attimi, se ora non esistevano? Forse no…
I pensieri si fecero pesanti, vaghi, vaghissimi.
Ada sognò mani che, passando come attimi, depositavano cesti di frutta odorosa.
Mh! Mela verde, fragole! Giallo-arancio succoso e dolce: pesca! Perché, percoche. I profumi golosi si trasformavano in un ombroso giardino immerso nel silenzio. Gocce di sole si infiltravano inquiete tra le foglie. Ada ci camminava dentro, fino a che il giardino si faceva un lenzuolo che sventolava appeso in una pozza di sole. Il lino sottile, ancora umido e fresco di rugiada, di un biancore accecante, ora le sferzava il viso, agitato dal vento, sprigionando un profumo caldo di lavanda. Lei se ne stava lì, tutta viso e nient'altro, sprofondata in quella carezza fredda, a bearsi del profumo bianco del sole, diventando piccola, molto piccola. Braccia grandi la sollevavano.
In alto, in alto, troppo in alto, bambina-aeroplano. Ora volava sul lenzuolo pieno di luce, ridendo di terrore, risa mischiate ad altre risa di bambini e bicchieri tintinnanti di festa, e poi ancora c'erano lenzuola, ma asciutte e avvolgenti fino al mento, nel calore di un abbraccio tabacco e menta e barba che punge. Ora lei e la bambina stanno insieme, unite. Dormono, ascoltando i loro respiri alternarsi. Il sonno è bambino, ma Ada è sull'erba del giardino, inchiodata a quelle labbra che non se ne vogliono andare. "Hai lasciato le tue labbra sulle mie, amore mio". È un soffio la sua voce, per non separarsi da quel bacio che non vuole perdere, nemmeno nel sonno. E poi più nulla.
Al risveglio, Ada non ricordò niente della frutta, del giardino e delle lenzuola, il sogno avvitato, eterno, su quelle labbra dischiuse. Riapparse, vagamente, l'immagine della bambina-aeroplano, ma non capiva come ci entrasse e come ci entrassero altre presenze di cui il sogno profumava, ma che si erano perse del tutto. In pigiama, ancora intontita, preparò il caffè. A qualcuno di loro avrebbe voluto dire "resta con me", ma non avrebbe saputo bene a chi.
Morning has broken
1985, io e te: uscire, ridere
...Ti ricordi Atocha?
Atocha è la prima parola che sentiamo pronunciare da loro, spagnoli e spagnole in persona, una volta che il treno ci ha sputate fuori nella luce abbacinante, nel centro della città di Barcellona.
Lo dicono di corsa, con la gola chiusa che produce suoni strozzati, come Topo Gigio: Atocha? Atocha, Atocha Atocha: izquierda, derecha, izquierda. Iniziamo a ridere, a ridere, a ridere como locas.
E non ci fermiamo più. Ci siamo innamorate della Spagna a quel primo passo davanti al Passeig de Gràcia, al suono di quella parola: Atocha.
Piegate da quaranta gradi all'ombra di quel mezzogiorno d'agosto, dagli zaini che ci obbligano a procedere come due parentesi disuguali, una alta e una bassa, dalle risate che ancora ci strozzano mentre continuiamo a imitare i Topo Gigi spagnoli ripetendo all'infinito "Atoca?" "Atocha!", ci ritroviamo a zigzagare malferme sulle gambe per la Rambla come due borrachos.
Un uomo enorme, enorme, enorme come una mongolfiera, sosta a detergersi il sudore accanto alla tua filiforme magrezza, su una panchina rossa. Quella è la prima foto che faccio. E poi scappiamo, frustate dagli zaini e dagli improperi di quel povero omone.
Coño, donde está la calle Atocha?!
L'albergo l'hanno prenotato i nostri genitori - forse i tuoi ci avevano soggiornato per il viaggio di nozze, o erano i miei? -, almeno una certezza per le loro piccoline di vent'anni allo sbaraglio nell'Europa degli zaini.
"Tu eres Ramona, ok? Io faccio Manolo. Olé". Le serate le passiamo così, travestendoci da torero e da ballerine di flamenco con magliette, mutande accartocciate in testa, e lenzuola a perdere. Continuando a ridere, facendoci foto idiote, in delirio per la libertà, senza usarla troppo, timorose, al nostro primo viaggio da sole, di mettere il naso sulla Rambla, dopo le undici. Quando la movida si riversa in strada e nei vicoli e li anima di stivali alti di vinile colorato, di profumo di hascish e teste a carciofo colorate di verde, di azzurro, di rosa. Di parrucche, anche. La notte si colora di voluminose parrucche, improbabili prolungamenti di femminilità che sgusciano in porticine verniciate di nero da cui echeggia un rimbombo sincopato. Negri enormi pelati nelle canottiere a rete nere, a guardia di questi templi della trasgressione. Riccioli violacei su teste di uomini inguainati in minigonne ascellari ondeggiano su trampoli dorati. Mentre, un po' preoccupate, raggiungiamo il rifugio della calle Atocha, alcuni di quei guardiani ci propongono hascish. Vade retro. Se sapesse, maman, che allegro casino è diventato questo quartiere oggi, che continua fiesta di Libertà ritrovata è oggi Barcellona: verrebbe a prenderci.
Se ci avesse visto oggi, maman, sull'auto dei due marsigliesi fumati dell'autostop - troppo intimidite, ormai, per declinare la gentilezza alla vista allarmante -, con la canottiera e i tatuaggi più grandi dei muscoli da scaricatori su cui si divaricavano, mentre per raggiungere la Plaza de Toros tagliavano la città a 180 all'ora, scavalcando le aiuole spartitraffico come fossero innocue pozzanghere, accelerando a ogni semaforo rosso, cantando a squarciagola We are the champion con lo stereo a balla e sfornando un porrone dopo l'altro da mani abili in corsa, le sarebbe preso un cristu, povera maman. Ma poi, con un'inaspettata politesse tutta francese, quelli ci hanno scaricato indenni e per nulla offesi dal rifiuto dei loro porritos fumanti o di aver preferito a loro i tori veri, come da programma. Quale corrida avrebbe potuto impressionarci, ormai, dopo quella sfida alla morte e alla galera?
Ci proviamo delle scarpe terribili in un negozio di assurde calzature che in seguito avrebbe probabilmente fatto la gioia di Almodóvar. Ci specchiamo davanti alla megera convinta, ammirando e complimentandoci come due invasate per le zeppe più informi mai viste, che lei calza con amore di venditrice sui miei piedi orribilmente deturpati da disegni geometrici prodotti dalle camminate per le avenidas infinite sotto il sol leone e dai sandali a striscioline. Ma poi non ce la facciamo più a trattenerci e scoppiamo a riderle in faccia quando ci propone quelle verdi di velluto con il tacco squadrato e un enorme fiocco a pois arancioni, più grande della scarpa e del piede medesimo. Scappiamo, inseguite per strada dalla rabbia latina della señora imbufalita: "Italianos, imbeciles!"
Finiamo i soldi il giorno prima della partenza, a Sitges, una congiuntura sempre piuttosto seccante. Dividiamo una tortilla in due mentre tu, distrattamente, saluti un tizio che passa, come all'aperitivo in piazza. Si ferma a parlare, anche se ci conosciamo appena di vista. Ma qua è diverso. Ué, paisà. Nella stanza dei compaesani dividiamo così una branda in due, provvidenzialmente resa vacante dall'amico che ha cuccato e che ora sta consumando altrove. Domani partono anche loro. La salvezza. Ci facciamo rimborsare il biglietto de vuelta e spendiamo i soldi nelle ultime cervezas e in una paella indimenticabile per le nostre pance affamate. Il ritorno nella notte è dolce. Dolce il nero della notte, i colori del mattino, come la serenità che abbiamo dentro, e Cat Stevens all'alba che canta Morning has broken mentre fuori dal finestrino scorre placida la Provenza. Dolce lo stordimento di quella boccetta che ci passiamo, da cui si inala per pochi secondi un oblio euforico, chissà che cazzo è, ma è bello e molto, molto più sballoso di qualunque porro.
Morning has broken.
1990, noi tre:... volare
Da Bordeaux raggiungiamo le Dune. Non sappiamo che aspettarci da quel nome. Forse risibili collinette, insulse cunette come si definisce, in Olanda, ogni cosa che superi i dieci centimetri di dislivello.
È il tramonto, sta per piovere e inizia a fare un po' freddo. Una volta in cima, in fondo alla distesa di sabbia finissima, l'Oceano che si prepara alla tempesta. Ci si potrebbe finire dentro direttamente, rotolando a lungo sulla sabbia morbida come bidoni di birra vuoti. Fa troppo freddo e non abbiamo trovato nessun posto da dormire in cui potremmo poi cambiarci.
Rotoliamo, rotoliamo, rotoliamo sulle dune calde del sole della giornata. Instancabili, risaliamo il versante che dà al mare per rituffarci ancora e ancora in quell'abbraccio mobile e amniotico di rena. A volte, nella discesa, urliamo di felicità, le braccia spalancate in caduta fiduciosa, liberandoci da qualcosa, perché qualcosa finisce, perché pochi contatti con la terra risvegliano sorprese così sensuali e materne. Se quei voli, quelle cadute morbide fossero il nostro futuro, vale la pena di corrergli incontro, a braccia aperte. Finché il sole non è scomparso del tutto.
Ripartiamo. Continuiamo a non trovare una camera.
La prima notte passata a dormire in macchina finisce davanti all'alba sulla spiaggia di Biarritz.
La notte è stata piovosa. Il cielo si muove lento sul mare mosso. Arrivano dei ragazzi con le tavole. Entrano in acqua. Entriamo anche noi, rabbrividendo, risorgendo. Le nostre ossa intirizzite dall'umidità e spiegazzate da posizioni innaturali anelano un café au lait. Ma prima ci riempiamo gli occhi di quel silenzio arrabbiato del mare, della calma sonnolenta della città. I bar e le strade, qui, hanno perso quell'aria sussiegosa del nord, e iniziano a essere sporchi. Carte e rifiuti vari per terra che solo a tarda sera, o meglio al mattino, prima di riaprire e ricominciare la giornata, qualcuno si prenderà la briga di scopare. Siamo quasi in Spagna.
I nostri compagni di viaggio, tanti, troppi forse, sono rimasti in Francia, facendo piani, consultando mappe, discutendone per tempi interminabili, vagando di cattedrale in cattedrale, contando girali di vite e contadini duri e puri piegati sui capitelli, o le vergini smilze e diafane a sentinella di certi portali immensi che raccontano storie ultraterrene troppo lontane, pietendo una cena dopo orari canonici da settentrione.
Madrid, allora, all'improvviso, ci è parsa una soluzione, un richiamo. Noi tre, che stiamo voltando una pagina, che un'epoca forse è finita. Che da oggi non dovremo mai più studiare. Forse. Purtroppo?
A Madrid il calore ti ammorbidisce i gesti, ti rallenta, ti culla, ti cura e t'infastidisce, non c'è scampo. La camera, però, è soffocante e miserabile, senza redenzione. Si dorme poco. Giù in strada, il sonno negli occhi, passiamo un'intera giornata tra i banchi di un enorme mercato popolare, per metà di quartiere, per metà delle pulci. Compro un paio di buffi occhiali da vista usati anni Sessanta, di tartaruga giallastra, che adoro. Compro una cassetta di due tizi con baffi enormi come i loro colletti, che ci danno dentro su due chitarre. Eros Ramazzotti canta in spagnolo tra i banchi. Anche lui, in spagnolo, sembra proprio Topo Gigio, ancora di più del solito.
Sui palazzi a metà, squartati dalle bombe di una guerra che qui sembra più vicina di quanto dovrebbe, cartelloni pubblicitari giganti reclamano la loro modernità. Una scimmia ben vestita danza al suono dell'organetto del suo cieco. Non se la cava per niente male, la scimmietta; meglio di certi amici nostri in discoteca. E' tutto molto malinconico o molto allegro. Molto moderno, molto cadente e zingaro. Molto caldo, per strada, molto freddo, nei locali con l'aria condizionata che per un po' ti convince di essere in alta montagna.
Non abbiamo più soldi, finisce sempre così. In un pub alla moda in cui capitiamo per sbaglio, finiamo per scegliere dal menù il piatto più barato, una porzione di tapas che svela presto la ragione di non costare un cazzo. Occhieggiano dal piattino minuscoli crostacei che ricordano troppo grosse unghie o zampette di uccelli macilenti, o certi particolari ambigui e morbosi buttati là per caso in un quadro di Dalí; e contengono una cosa viscida, da succhiare, come le lumache. Il ricordo del profumo ghiotto della paella della sera prima, misticamente centellinata con quegli avanzi di pesetas nella locanda dove Picasso si stordiva o arringava gli amici artisti sotto la Plaza Major, ci assale i sensi, subdola, davanti alle schifezze ossute. Rimpianto potente e rabbia impotente di fame che la birra non lava. Domani, dopo Las Meniñas, si riparte. Madrid. Breve ma intensa. Per ora.
1992, nosotras, loro, el: ... parlare, amare, ritornare
Prima o poi si doveva imparare per bene questo spagnolo, applicando la cura in serbo per le persone e le cose, o i posti che si amano. Isabel Allende prepara il terreno, e con la Fiesta nera vengono percorsi chilometri di giorno e di notte. Ma questa volta ci fermeremo a lungo. Una sosta a Pamplona, una, breve, a Burgos.
Dopo Burgos, la terra si fa gialla, ondulata, vuota, silenziosa. Nere, le sagome dei tori, si stagliano metafisiche in un cielo blu, i contorni ondulati nell'aria calda. Sospensione. Attraversiamo un villaggio alla Sergio Leone mentre si fa sera, l'arrivo poco distante, se solo non continuassimo a prendere direzioni sbagliate. Chiediamo un'informazione a un vecchio sul ciglio della strada. Interpellato dal finestrino, l'uomo ti chiama per nome, un nome insolito, raro. Sorride. Com'è possibile? Ci stanno aspettando??? Non diciamo più una parola fino ad Avila. La sera sembra magica. Finalmente le mura di pietra gialla di Avila, illuminate dai fari nascosti, appaiono in cima alla collina come un castello fiabesco. L'ex convento che ci accoglie è una costruzione di pietra, ora silenziosa. Ce lo indica un uomo, prima ancora che formuliamo la domanda. Ci stavano aspettando, anche se non c'è spiegazione.
Le conversazioni si fanno sempre più sicure e spedite. Hanno cadenze variate. La piccola Kaori, un orsacchiotto col ruolo di mascotte, è quella più impedita; capisce poco e ride molto. E' uguale a Heidi, giapponese e ingenua. Francesco, l'immancabile romano, elegante le ripete tre volte la Broma de Porno Heidi. Poi gliela spiega. Il giorno dopo Kaori ride e arrossisce. Imogene ha bei capelli neri, parla spagnolo senza minimamente correggere il passaggio dall'inglese e gira con una mela nella borsa, che non mangia mai. Richard, il suo amico, il ciuffo biondo sugli occhi, il sax in camera, le conserva i pranzi rifiutati in un sacchetto, convincendola a mangiare qualcosa nella giornata poco per volta. Ma lei sembra che viva d'aria. Non si nutre. Monika, polacca, è sciolta, sicura, intelligente. Adora sentirci parlare in italiano, i suoni dolci delle gi, delle sc. Parla del suo paese, combattuta tra orgoglio e insofferenza per la sua terra. Cathrine, di Parigi, si muove sulle stampelle, è cagionevole, colta, ombrosa. Michael, un ragazzone biondo, è una pubblicità semovente degli States, orgoglio, successo e superiorità di Patria e di famiglia allo stato puro. Antonio è un giovanetto di Casal Palocco, brufoloso figlio di papà, scemotto e continuamente fuori posto.
Scorrazziamo per il paese sulla mia Vaca Negra, la Fiesta nera la cui serratura centralizzata produce un rumore simile a un muggito. Una pioggia violenta, scatenata dall'afa, rimbalza sulla pietra e lucida la Plaza Major di Salamanca che si tinge di grigio e di cristalli trasparenti impazziti. Ci accapigliamo in discussioni accalorate, arroccandoci su opinioni inconciliabili. L'americano, sempre all'angolo e in minoranza, si indigna, perorando la causa del capitalismo, della pena di morte e di quant'altro. Ma Italia, Francia, Polonia, Spagna, Inghilterra e Giappone, lì, attorno a quel tavolino pieno di cervezas, fanno vacillare la sua solidità made in U.S.A. È simpatico, però. Alla fine ride con bei denti americani e occhi azzurri e non se la prende. Anzi, tu in fondo pensi che sia trombabile. Infatti. E poi non c'è niente come litigare per progredire nella fluency. L'Italia ha fatto qualcosa di bello ai mondiali di Spagna. Zitti tutti.
Verso la fine, incontro Ignacio, madrileno residente in Canarias, in ritiro al convento di Avila per studiare economia al fresco delle antiche mura. Mi piace? Non mi piace? Non ci penso, spiazzata da una corte serrata e romantica. Una rosa mi attende dietro una porta, un biglietto sul piatto, uno sguardo sul viale. Finché non mi sollevo su un marciapiede per guardare negli occhi questo ragazzo testardo: è bello. Andrò nella sua stanza. Passo dalla mia, arraffo due cose per la notte. Maledico il mio vizio di rimandare ogni cosa. Ora non c'è tempo, non ho scelta. Afferro il rasoio e mi passo le gambe. Nella fretta, mi taglio vicino alla caviglia. Sangre, tumulto. Non si dorme. No, non si dorme. Si scopa. Parecchio. Fra due giorni si parte. Non ho rimpianti. Sono così in sintonia col mio corpo, con quello che succede intorno, che tutto si adatta, il viaggio è solo a metà. E domani arrivano i nostri due amici dall'Italia, lasceremo questo posto, ci dirigeremo a sud, Andalucia, sade B. Mi toccherà salutarti, Nacho. Peccato, davvero un peccato. Facevi bene l'amore, eri carino e molto appassionato. Ma non voglio restare, e poi guido io. Piangi. No, cazzo, questo no, questo no. Diventa più difficile del previsto.
A Granada ci sono ancora con noi Richard e Imogene. La stanza da sei non ha finestre. Ma siamo così stanchi che dormiamo lo stesso. Ci salutiamo, rimaniamo noi quattro. Ai due ragazzi manca quella parte di viaggio di cui sempre invece noi parliamo. A Toledo ascolto gli Smiths nel walkman, sul letto. Penso a Nacho. Adesso piango, come per una cosa perduta stupidamente per sempre. A cena, mi intenerisco davanti al revuelto de asparragos. Alla paella capitolo e, mentre ancora sto accarezzando l'idea, quella già mi esce sotto forma di scomoda decisione: "Cioè, io… arriviamo fino a Cadiz, domani; poi vi lascio la Vaca Negra e torno indietro. Con il Tgv. Scusatemi. Scusatemi. Ci rivediamo a Valencia tra una settimana. Ok?" I libri che ti stavano piacendo non vanno dimenticati aperti su un letto, non finiti: come va a finire? Non voglio chiedermelo per sempre.
A Madrid c'è una casa vuota, tra eleganti palazzi moderni in mattoni rossi. Ci muoviamo poco, quando la temperatura si abbassa. Le lenzuola sono fresche, come te. Un viaggio. Cibo cinese a domicilio e birre fresche, squisite, allegre, nelle piazze e nei bar di Madrid. Telefonate all'equipaggio della Vaca Negra. Cattive notizie. Dopo tre, quattro giorni, lei, con loro, non ne può più. Dissapori, disgregazioni, noia, insofferenza. Lei ci raggiunge alla casa di Madrid. Nella Vaca Negra, i due ragazzi abbandonati si dirigono in Costa Brava. A Madrid ci raggiunge per un paio di giorni anche Richard. Era nell'aria. Incroci. Arrivi, partenze, amori. Alla fine dei due giorni, al treno, Stazione di Madrid, guardiamo il vostro saluto triste mentre lui ritorna ad Avila. Domani tocca a noi, Nacho. E' arrivato il tempo della separazione. Vas a echarme de menos. Non capisco, echar ha una marea di significati, sul dizionario; ma capisco lo stesso, dagli occhi. Giocando a su e giù per la Spagna, i programmi impazziti, la vacanza scombinata, mi sono fatta bene e male al corazòn. Que dolor, sul treno che attraversa le gole strette tra le rocce, verso Valencia. Dove solo uno dei ragazzi è rimasto. L'altro, disgregazione nella disgregazione, è tornato col treno a casa. Che casino.
A Tossa de Mar, insofferente al sole, all'immobilità, giro per il paese in pena, mi rifugio sotto l'ombrellone di un ristorante dove m'ingozzo con grossi anelli di totano impanati alle tre del pomeriggio, per dimenticare.
Poi si torna. Ma la Spagna mi aspetta ancora. In altri luoghi.

N E B B I E
Oggi incontro questa Fedra. Ci ha messo in contatto un amico di Sally, Bartolomeo. Ho visto alcune sue foto, in casa di Bartolomeo. Sono curioso di conoscerla. Fedra deve fare un servizio importante in una villa del Settecento, a Sala, un paese all'interno, e cerca qualcuno, qualcuno di nuovo. Non so molto altro. Foto di architettura? Paesaggio? Moda? Persone? Vedremo. C'era anche un suo autoritratto in bianco e nero, tra le foto nella casa, ma di lei non si vedeva quasi niente nel gioco di luce e ombra. Mi è sembrato che avesse una cicatrice sul labbro superiore. Strano, ho pensato, che abbia fatto cadere quel poco di luce che manca su tutto il ritratto nebbioso proprio sulla cicatrice. Strano per modo di dire. Quella sottrazione nell'ombra a favore della cicatrice sul labbro mi è piaciuta subito. E oggi è una giornata di nebbia. Poi si chiama Fedra. Eh. L'appuntamento è a un caffè alle Zattere. Sono abbastanza nervoso mentre scelgo tra le foto scattate in questi mesi quali dovrei mostrarle. Alla fine è un casino. Foto ovunque sul pavimento. Infine scelgo, sostituisco qualcosa dal book. Indugio anche sull'idea di portarmi appresso il cd-rom con quelle vecchie che mi son tirato dietro da Milano, un miscuglio senza filo conduttore. Però alcune mi piacciono molto. Poi quelle le lascio perdere, senza la possibilità di rivederle adesso, troppo indeciso se rivelino o no il principiante. Farò un giro fino alle sei, per distendermi. Per fortuna oggi è una giornata di nebbia.
Ho passato l'inverno scortato da una nube di nebbia avvolgente. Paolo, Sally, Marco e altre comparse hanno continuato a vorticarmi intorno come in un incubo senza trama. Io stesso una comparsa, tra un lavoretto e l'altro e gente in cui non mi riconosco. Qualcosa deve accadere. Per forza. Non ricordavo questa nebbia veneziana, fino a che non l'ho ritrovata. È roba forte.
Sono sempre vissuto nella nebbia, a pensarci. Io, ci sono nato. Ma ogni nebbia conosciuta è sempre stata diversa dalla nebbia del fiume e delle risaie. Mi ricordo la Piazza Castello, il punto più umido e vago della mia città, Casale Monferrato. Il suo momento - ogni posto ha il suo momento, quello che resta dentro per sempre, pur avendolo attraversato e attraversato in ogni stagione, il momento che un fotografo sceglierebbe scartando tutti gli altri - era d'ottobre, di novembre, verso sera, prima di cena. Gli alti fari del parcheggio, disseminati in quell'apertura enorme che è la piazza, tra il ponte levatoio, il Teatro e Santa Caterina, testimoni di tempi diversi, invisibili uno all'altro, l'accendevano di un bagliore biancastro che rendeva lo spazio ancora più metafisico, senza restituire i contorni alle cose. I cappotti, le sciarpe avvoltolate sopra spalle curve di freddo umido ti comparivano di fronte all'improvviso. I cappotti si arrestavano brevemente registrando una pausa di sconcerto nel non scoprirsi soli nella nebbia, i rumori ovattati, gli sbuffi bianchi di respiri, la prospettiva azzerata. E l'odore che aveva. C'era l'odore del Po che scorre a lato della piazza, reso invisibile da secoli di interventi di sopraelevazione stradale intorno al Castello, fino a farlo scomparire alla vista, dietro una cortina di tigli. Ma la sua presenza persisteva nel profumo che con la nebbia veniva intenso e si mischiava leggero coi vapori delle caldarroste che dalle latte arrugginite montavano verso l'alto sciogliendosi tra i lampioni, consolatori, caldi. Ti facevano pensare al buono dell'autunno, presagire le gioie miti dell'inverno cancellando dall'asfalto il ricordo dell'afa estiva, piaga compagna dei luoghi di nebbie.
Nella nebbia del mattino presto si andava a scuola, che stava sempre nella piazza, al quarto cantone, ennesimo testimone di un altro tempo, quello fascista, questa volta; magari raggiungendo felpati per strada una compagna carina - nebbia gelata e bastarda, ma discreta, protettiva, ruffiana, che smorzava la gena, insieme al rumore dei tacchi. La nebbia ti aspettava la notte all'uscita dai locali fumosi, compatta, la troia, in un blocco di ghiaccio sul parabrezza. Ti faceva fesso. Ti faceva perdere strade note e arcinote nelle colline vicine girandoci intorno per delle mezz'ore come un coglione. Mi ricordo una festa in una cascina a Rosignano, che iniziò ore dopo il previsto. Nessuno riusciva ad arrivarci. Qualche macchina che veniva da fuori rinunciò, fu data per dispersa. Quando finalmente la cena iniziò, ci ubriacammo tutti nel giro di venti minuti. Il ritorno fu probabilmente scortato da angeli custodi appostati nella nebbia.
Poi, delle volte, magari te ne andavi da solo a fare un giro tra i filari per goderti una pena d'amore o di vuoto in santa pace, prima che venisse il freddo intenso a toglierti pure 'ste fantasie werteriane, la campagna ancora arrossata di fine ottobre, la collina scaldata dal sole, dove lei, la nebbia, c'era e non c'era, come in un disegno di fiabe col castello sul colle, mentre sotto, nella piana, un limbo compatto avvolgeva tutte cose.
A Milano la nebbia era intanto di un altro colore e poi, al confronto con la mia, ce n'era mica tanta, a ben guardare. Lo smog la teneva su, quasi nera di schifezze.
La nebbia di Venezia ti toglie l'equilibrio, è roba forte. A me piace. Ci sono giorni in cui ti lascia quasi sparire con lei. Rivedi solo nei sotoporteghi o in qualche cantone altrettanto buio che non la lascia penetrare. L'assenza di rumori e il mare con il suo odore le danno un timbro grave, assoluto. Quando mi ci ficco dentro per ore con certi umori, mi escono le lacrime. Non è che mi fa piangere proprio. È come se il fuori e il dentro si confondessero et voilà, mi trovo immerso nella mia grandezza e nella mia miseria insieme. Che è come dire depressione e nascita. Non fa proprio schifo, dipende da quale finirà per prevalere, in fondo, ogni volta. Forse è proprio piangere, comunque sia.
È più o meno così che entro al caffè, alle sei, tutto miseria e grandezza. Io guardo la sua cicatrice, che è effettivamente una cicatrice che le arriccia verticale un lato del labbro superiore, lei scivola sui miei occhi umidi, è giusto un attimo, e siamo facili da riconoscere, scartando tutto il resto, pronti per le presentazioni delle mani mentre mi avvicino al suo tavolo.
Io mi chiamo Matteo, lei si chiama Fedra.
Marcello Dudovich, Palazzo Omenoni, Milano
UN CAFFÈ A SAN FEDELE
Finalmente fuori. Le quattro e trenta, come sempre. Prendersi il tempo e portarselo appresso è la cosa che mi piace di più.
Nella mia vita di tempo ce n’è un sacco. Adesso gli esami sono finiti e la tesi è un lungo rotolo di tempo da gestirmi come voglio e si avvicina di più a quello che mi piace. Questo mese resto a Milano. Vengo ogni giorno qui, all’archivio del Castello Sforzesco. E’ un bel posto. C’è silenzio, ma non quel silenzio arcigno e rigido come alla Sormani o alla Braidense. Posto piccolo, piccole regole e un signore gentile e discretamente comprensivo che mi allunga i tomi attraverso il bancone e un sorriso che dice: buona fortuna.
A me piacciono i posti calmi. Quando alle quattro esco fuori, ho bisogno di sostare tra le mura del castello per un po’ prima di friggermi il cervello nel traffico. Poi, la noia mi spinge nella città.
Milano di maggio si presenta bene. Forse tutti i posti in maggio sembrano meglio. Il pomeriggio terso mi invoglia alla mia attività preferita: prendermi il tempo e perderlo. Di treni, in ogni caso, ce ne sono tanti.
E poi nelle giornate perse così, guardando per aria, vengono idee. Le facce e i vestiti delle persone, le vetrine, i palazzi, gli odori del primo caldo, sono idee, sono energia che da qualche parte si deposita. Milano mi fa questo effetto senza far niente, solo vagando tra la folla.
Qui di folla, tra San Fedele e Palazzo degli Omenoni, non ce n’è nemmeno tanta. Gli omenoni, teoria di grosse cariatidi virili preposta a reggere sulle spalle muscolose il pesantissimo mensolone, stanno accasciati di brutto da chissà quale colpa o tormento; sono buffi nel loro dramma di gruppo che gli fa reclinare i testoni pesanti sul petto, come vergognosi giganti. Se qualche ragazza ha mai abitato queste mura, i rientri a nottefonda le avranno impresso di certo paura. A me basta mia madre alla finestra a minacciarmi con “questa casa non è un albergo”; una sfilza di omenoni impietriti e addolorati nel buio sarebbe troppo.
Ed è da lì, dall’androne tra due dei colossi, che sbuca di fretta l’uomo e quasi ci scontriamo. Mi becca che curioso tra le aste del pesante cancello perdendo il mio non prezioso tempo di maggio.
Mi chiede se mi interessa il palazzo. No, sono una ladra in perlustrazione per la grande rapina di stanotte, vorrei rispondergli. Questo vivacizzerebbe il suo incipit banalotto da abbordaggio on the road. Per un nanosecondo prendo in considerazione l’idea di fingermi straniera, ma l’uomo ha un look molto più internazionale di me. Non vorrei impappinarmi e ritrovarmi a dire, tra poco, “noio vulevan savuar” a uno che parla français meglio que moi.
Lui ha i capelli castani brizzolati, è abbronzato a maggio e trattiene una cartella di stampe sotto il braccio con sicurezza professionale.
Lo misuro. Avrà quarant’anni e penserà di essere un bell’uomo, forse un gran figo. Elegante trasandato. Ma se ne avesse ben trentasei forse gli darei lo stesso quarant’anni. Non fa differenza. Fa l’interessante.
Scambiamo due parole sul palazzo. Altre due su altri palazzi e chiese. Incamminandoci. Lui si occupa di antiquariato, soprattutto stampe antiche. Mi interessa per modo di dire. Mi chiede delle mie ricerche. Gli interessa tantissimo. Per modo di dire.
- Ti va un caffè?
La domanda è posta a un centinaio di metri dal palazzo degli Omenoni ed è la cosa più naturale del mondo. Nei film fanno così. Si scontrano per strada, dopodiché capitano cose. Magari lui dovrebbe, oltre a inciampare, anche perdere tutte le stampe per terra e per aria e andare leggermente in confusione, un po’ seccato con la sconosciuta che gli sta facendo perdere tempo e che rischia di rovinargli le stampe; poi dovremmo piegarci entrambi e brancicare naso a naso con le benedette stampe lottando contro un vento improvviso che, oltre a spazzare le suddette stampe ai quattro cantoni, mi farebbe svolazzare la gonna mandando anche me in confusione.
Invece io sono rigida come un palo, non c’è un alito di vento e le sue stampe sono saldamente al sicuro sotto il suo braccio piegato. Lui mi offre un caffè.
Mi piacciono le persone calme, come i posti. Accetto.
Che strano star qui a Milano a bere un caffè con questo tizio, vent’anni più di me, venti lampade più di me e un cazzo da dirsi, pur parlando, pari. È lampante anche per lui? Sembra a suo agio. Della serie: erano secoli che non mi facevo due belle parole così con qualcuno.
Chiacchiere. Sui suoi spostamenti, i mercati dell’antiquariato, i miei spostamenti, gli studi, le andate, i ritorni, i treni.
- Ti va di fare un salto a casa mia?
- Grazie, ma io ora vado in stazione.
- A che ora hai il treno?
- Tra un’ora, il tempo di arrivare, con calma.
- Vuoi prendere quello dopo? Puoi anche fermarti da me, se ti va.
- Da te?
- Sì, anche a dormire e poi parti domattina con calma.
- A dormire, dici?
- Se ti va. A me fa piacere. Se no, ti porto io in stazione stasera.
- A me sembra solo strano.
- Perché strano? Invece potrebbe essere molto bello.
- Boh, a me continua a sembrare strano. Non mi viene in mente il Bello…
- Siamo sconosciuti. Ci stiamo conoscendo… Che senso ha non rivedersi mai più?
Mi fermo e lo fisso con un pezzo di sorriso che si intitola Ma sei pazzo o cosa?
Decide di non continuare con il fraseggio da uomo di mondo very open. Si limita a bombardarmi di “sei sicura?” mentre già mi allontano.
Sono sicura, e per niente curiosa, adesso.
Ecco, non sembra più un film. In un film “sei sicura” glielo facevano rimangiare a forza di ciack.
D'altra parte, in un film mi cacciavano dalla sceneggiatura se andavo a prendere il treno.
In un film, quello che mi sono fatta subito dopo mentre mi dirigevo alla metropolitana, io l’avrei trovata una proposta indecentemente interessante, accidenti. Proprio perché assolutamente campata per aria. Avrei accettato l’invito estemporaneo perché in un film c’è poco tempo, massimo due ore di vita. Tre solo se sei Altman… Ma Altman a uno così poi lo faceva stupratore e dopo il fattaccio lo faceva tornare impassibile a casa – con una sosta in un vicolo dove seviziava un cane randagio - e a casa lo aspettava una moglie taciturna e tre figli burro-d’arachidi-dipendenti… No, no, meglio una cazzatiella francese, in questo caso. Leggerezza. La scena delle stampe che cadono nello scontro. Brancicamenti. Caffè. Chiacchiere a vuoto, curiosità e desiderio da strada. Appartamento pieno di stampe, aperitivo ghiacciato e musica jazz pre-coitale. Coito. Innamoramento e amore. FINE.
Ho tanto tempo e lo voglio perdere per la strada. E non ho desiderio e men che meno amore. E anche quelli, li voglio trovare per la strada.
Mi piace pensare di avere tanto, tanto tempo. Da perdere.
MAIALI IN VAL PADANA
Questa mattina si è svegliata ripetendo il suo nome come un mantra. Antonia Antonia Antonia Antonia Antonia Antonia Antonia. Più lo ripeteva e più le sembrava di evocare un’altra donna. Ripetere le parole fa questo effetto. Le allontana dalla cosa che rappresentano, pensa.
Ha fatto la prova con il calorifero di fronte al letto mentre lo fissava con un occhio solo, diffidente. Calorifero calorifero calorifero. Anche calorifero le è parsa una parola estranea e bizzarra, ridicola. Una parola senza la cosa. Né calda né fredda. Nient'altro che lettere a caso.
È stato per questo che ha deciso di partire. Antonia stamattina prende la macchina e va. In bagno, davanti allo specchio, Antonia ha pensato a cosa portare con sé.
Di nuovo in camera, Antonia prepara la borsa. Poche cose e anche un po’ a caso. Dalla mensola dell’ingresso raccoglie le chiavi di casa ed esce.
Sono le otto. La mattina è serena, l’aria frizzante di primavera.
Stamattina Antonia ha la tenchìte. La tenchìte di Antonia è uno strano umore: nostalgico, malinconico ed euforico allo stesso tempo. La tenchìte si manifesta nel bisogno ossessivo di spararsi i due cd di tutti i successi di Tenco in macchina o dove si sia. È un po’ come farsi del male. Ancora di più. Come accarezzarsi, cullarsi. Dondolarsi quasi felice nella bellezza un po’ triste di certe note.
“Mi sono innamorato di te… perché… non avevo niente da fare…”: qua Antonia è al casello di Piacenza e sono le dieci e trenta. È il cd n. 1 e il cielo di Piacenza, come sempre, è bianco. Tenco avrebbe potuto essere di Piacenza. Tranquillamente. Niente da fare sotto un cielo bianco come questo. Ce n’è da vendere. E fino a Bologna il cielo non cambierà.
Bologna? Antonia senza meta. Certo, dove andare? Piacenza è uno svincolo. Tocca decidere. Seguirà il cielo bianco padano. Ma poi sarà il sud. Un sud qualunque. Si vedrà.
I violini e il pianoforte a manetta schiacciati dai camion dell’A21 nella cappa del mattino e nella puzza di maiale.
Ma quanti maiali ci sono in Val Padana?
“Se qualcuno ti dirà che lontano da te scorderò che il mio cuor ti appartiene, non lo devi ascoltar… “: tenchìte purissima tra i maiali.
Cosa ci fa qui? Antonia Antonia Antonia Antonia? Ancora quel nome che viaggia da solo, senza persona.
Antonia si vede Antonia bambina. Saluta dallo specchio del lunotto posteriore le macchine che sorpassano la Simca di papà. VR? Verona!!! BA? Bari!!! CT? Catanzaroooooo! Buuuuuuuuuu. Tre a uno. E poi, ed era sempre all’improvviso, si vedeva il mare, e se era la prima volta nell’anno si esprimeva un desiderio.
Che desideri potevano essere? Antonia non se lo ricorda. Concèntrati, Antonia: che desideri esprimevi quando vedevi il mare? E quando cadeva una ciglia e facevi flick e flock premendola contro l’indice di qualcuno? Non si avveravano quasi mai, comunque. Questa è la sensazione. Forse è per questo che i vecchi desideri si dimenticano. Cadono nel dimenticatoio, si dice, plop.
“Averti tra le braccia è un desiderio, un sogno che in eterno resterà…”. Restano quelli nuovi e cancellano i vecchi. Ma guarda che parole semplici che usava quest’uomo. “Una vita inutile vivrai se non saprai capire il mondo. Questo diceva a me un poeta che conosceva mille parole.”
Esce a Bologna. Ma sì, è tanto che non ci passa. Il cielo è sempre bianco padano, ma qua son stati più furbi di quelli di Piacenza. Hanno tinto tutto di rosso, dai mattoni alle tende, dai tetti al lambrusco. Si vede che son gente allegra, quelli di Bologna.
Antonia parcheggia e si regala un aperitivo. Basta tenchìte.
Saran mica anche troppo allegri quelli di Bologna? Tipo la barista che inciampa alla sua sedia e le rovescia addosso l’intero contenuto del bicchierone di Campari. Ride e se ne va. Va be’, ride anche lei, col suo bel Campari fin nelle mutande e un’anomala sensazione di freschezza mentre il sole la scalda.
Antonia Antonia Antonia Antonia… quasi quasi ora si riconosce. Almeno un po’.
Ma il viaggio lo continua. E vedrai, vedrai…
Antonia, dài, alza il tuo culo fradicio e vai a pagare. Che cambierà.
CINQUE ABITUDINI NON TANTO STRANE, QUANTO PESSIME
Avanti, di' quali sono le tue strane abitudini! Mh, ma… ma perché?! Perché lo fanno tutti: è un gioco, una catena. Ma a me 'sta cosa non viene. Mi sento reticente! Vuoto pneumatico, debolezza, secchezza delle fauci.Oh, spara quattro, anzi cinque cazzate, che ti frega. Ce le avrai pure cinque strane abitudini, no? Almeno. E certo, anche di più. Ma a me non dànno fastidio. E poi mi sento reticente. Eh? Non mi riesce di scriverle qua, ed esporle come in una pubblica confessione. E poi, forse non... non mi sembra di averne di molto strane e degne d'interesse. Di pessime, magari sì. Mii, che palle… Non mi piace confessarmi. Faccio delle brutte associazioni alla confessione. L'ultima volta che candidamente mi confessai, a dodici anni circa, il prete giudicò e mi fece un mazzo tanto, anche se non aveva capito una fava. Non ne trassi giovamento. E il pensiero che in seguito, solus ad solum, ne abbia tratto lui - capisciammè - nessuno me lo leva dalla testa. Ma questa non è mica una confessione: è un gio-cooooooo! Se soprappensiero, mi depilo le sopracciglia e stacco i pelini sul mento con le unghie! Se ci riesco, mi dà soddisfazione. E ormai ci riesco quasi sempre. Ecco, ne ho detta una. Ma che schifo! E infatti: l'avevo detto io che era meglio se me lo tenevo per me. Io odio confessarmi. Pffffff, ho già l'impulso di dire due o tre avemarie. Senti, lo sai che c'era scritto sul muro dei cessi dell'asilo, a rosse lettere cubitali ritagliate nel polistirolo? DIO TI VEDE. Nel cesso??? Esattamente. Va be', ma questo che ci azzecca? Niente di niente. M'è venuto così, per l'associazione con la confessione, e io adesso confesso, spiffero tutto. È che c'è già Dio che mi vede sempre, lasémi sta'. E che palle, un po' di privacy, almeno dagli umani! Comunque. Poi… dico la seconda pessima abitudine? Spengo la sveglia in continuazione, anche sei-sette volte di seguito (risuona ogni cinque minuti). Ergo, se non sono sempre in ritardo, è perché sono come Valentino Rossi: ho imparato a correre. Ma a lui correre piace; a me: no. E comunque, sono spesso in ritardo. La terza. Già che inizio in ritardo, rimando sempre a domani e se posso anche a dopodomani qualsivoglia impegno, sì che possa darmi con agio alla mia attività preferita per la maggior parte del tempo: non battere un colpo, magari leggendo un libro. Poi… devo correre. Attuali pendenze che mi ricordo: taglio capelli, ideazione di un manufatto, bollo auto, revisione della stessa, (che, ora che ci penso, non viene lavata da undici mesi). Alla catena dei difetti, alla buon'ora, sto ponendo rimedio in questo momento. Meno uno. Però adesso sto rimandando una pipì sempre più impellente, ché se no poi perdo il filo. Speriamo di non farcela addosso. Ecco, lo sapevo, se inizio a cantare, dico tutto. Dico troppo. Un sacco di volte mangio davanti alla tele e mi piace pure. Fumo troppo (e mi piace pure). Dico che smetterò, ma naturalmente rimando a domani, o a dopodomani e forse a un'altra vita; quella in cui al mattino scatterò come una saetta al primo squillo di tromba, innalzerò la bandiera e innaffierò le piante cantando all'opra all'opra miei prodi, e via che procederò a rilassata velocità di crociera per tutto il dì, chiudendo infine il libro a un'ora da cristiani dopo aver consumato una giudiziosa cenetta su una tavola imbandita di tutto punto con tanto di candele. Non sono abitudini poi tanto strane. No, non credo, quelle strane non mi vengono adesso. Però sono pessime. Sai una cosa, anche quella non tanto strana? Ci sono affezionata. ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------R E G O L E T T "Il primo giocatore inizia il suo messaggio con il titolo “Cinque tue strane abitudini”, e le persone che vengono invitate a scrivere un messaggio sul loro blog a proposito delle loro strane abitudini devono anche indicare chiaramente questo regolamento. Alla fine dovrete scegliere 5 nuove persone da indicare e linkare il loro blog. Non dimenticate di lasciare un commento nel loro blog che li avverte di essere stati scelti." [La tentazione, dirò, è quella di passare la catenazza a qualcuno che non conosco affatto. Così. Ma ho paura di essere malmenata] Ce l'hai! eva carriego, triana, babette, brulé e mochetta
Io non lo so. Teoricamente, su Internet potrebbero quasi autocomandarti a distanza. Potrebbero conoscere tutto su di te, i tuoi gusti, le tue curiosità, le tue manie. Così pare.
Io però sono un'abitudinaria, i miei giri per il web una vera noia per chiunque ci tenesse a intercettarli per scopi di marketing. In linea di massima, a parte il bloggame vario e sue derivazioni, e qualche approfondimento legato al lavoro, ogni tanto mi infilo sulle tracce di qualche ricerca di storia contemporanea e quelle ricerche, di link in link, sono i viaggi virtuali più lunghi che faccio, dove si sa da dove si parte e non si sa dove e quando si arriva. Se avessi avuto Internet quando facevo il liceo, be', sarebbe stato bello, ci avrei proprio sguazzato a studiare per link. La storia è come un buon romanzo giallo.
Una sera di un paio di mesi fa, presa dal trip della ricerca, iniziata per documentarmi su certi fatti di cronaca degli anni Settanta - come al solito, un link tirava l'altro e si connettevano sempre più tessere del puzzle, che diventava via via più interessante di quel che avrei pensato e più vasto di quel che mi serviva in partenza -, è finita che sono andata a dormire alle cinque e pussa del mattino, e solo dopo aver aperto, tra tanti altri, un documento fotografico ed essermi messa a urlare in piena notte dal raccapriccio e dal terrore: mi ero trovata davanti il primo piano di un morto ammazzato in un agguato terroristico; gli avevano sparato in faccia. La faccia praticamente non c'era più. Terribile. Curiosity killed the cat. Fiondata a letto, mi sembrava che ci fosse qua intorno l'anima del carabiniere ammazzato così barbaramente, dopo che tutti, per anni, si erano dimenticati di lui. La sua anima, o comunque una sua presenza, e il battito del mio cuore in tachicardia che rimbombava nel silenzio assoluto della camera e della notte. Ma io non volevo quella sensazione di presenza, anche se mi dispiaceva per lui e sentivo che era una cosa buona, o meglio giusta, che si sapessero quelle cose, cioè che ogni tanto qualcuno lo ricordasse e sapesse come era andata. Io però mi stavo cagando sotto e non ho più chiuso occhio. Insomma, bisogna stare attenti a quel che si apre.
Volevo dire (sono andata un po' fuori tema, ma anche no), capirei se mi prendessero di mira per articoli inerenti ai giri che faccio.
Ma allora perché continuano ad arrivarmi, ormai sarà un anno, quelle mail di spam con oggetto il portentoso allungamento del pene (o sarà allargamento: la seconda, mi sa)? O, in alternativa, imperdibili offerte di confezioni formato famiglia di Viagra? Solo 'sta roba qua. In un certo senso, per fortuna!
Però, cioè, arrivassero anche consigli per gli acquisti di articoli vari, tipo creme portentose a base di acido naftoico e palmitico per depilarsi una volta per tutte (il napalm, in fondo, è anche quello molto anni Settanta), e tra questi anche quelle due robe, direi vabe', magari pensano a ogni eventualità, tipo "caso mai questa poveretta, oltre ai peli muliebri d'ordinanza, ci avesse un marito che ce l'ha come un Carioca, magari anche l'enlargement le torna indirettamente utile, alla fin fine". Ma se mi arriva solo quel tipo di spam... che ci azzecca?
Ah, be', sì, è vero: poi mi scrivono, una tantum, ma con una costanza davvero ammirevole, i Liberali. Perché diavolo poi mi scrivano proprio - e solo - i Liberali, giuro che non riesco nemmeno a immaginarlo. Certo che, per quel che gli serve spammarceli così a casaccio via mail, tanto vale che si diano alla vendita del viagra pure loro.

LETTERE A UNO SCONOSCIUTO
Furono in molte a scrivere. Questo, in un primo tempo, lo rincuorò.
Pensò che avrebbe avuto più scelta.
Già alla quarta lettera, però, si ritrovò a pensare che non sarebbe stato facile affatto. Non avrebbe dovuto fare errori. Il viaggio era lungo e costoso; e come si sarebbe cavato d’impiccio se lei non gli fosse piaciuta?
Sicuramente era una cosa sciocca, ma alcune era tentato di scartarle anche solo per il nome che portavano. Certi nomi, pensava, puzzano di vecchio e di brutto.
Come il suo. Già, proprio come il suo. E se fosse stato lui a non piacerle?
Rosario si sentiva ormai parte del Nuovo Mondo. Aveva imparato una lingua e quella lingua lo aveva cambiato.
Da una delle buste, mentre estraeva un foglio vergato da mano incerta, scivolò una foto. Una ragazza vestita di nero posava rigida accanto a un treppiedi ornato da un tappeto a frange. Sul treppiedi troneggiava, enorme, un vaso di gigli. Alle sue spalle, un complicato tendaggio riempiva i vuoti dell’inquadratura. Era un volto severo, squadrato, solido.
Sicuramente una ragazza seria, pensò Rosario. Ma non riusciva a immaginarne i suoni. Che voce poteva avere una donna così? Allontanò un poco la fotografia dagli occhi. C’era qualcosa che non tornava. Le mani erano tozze, il naso tutt’altro che fine. Il vestito cadeva sghimbescio alle caviglie e lo scialle drappeggiato in diagonale sul corpo camuffava le forme. S’intuiva una certa predisposizione alla pinguedine. Nu poc chiatta, fu l’esatto giudizio mentale di Rosario. Eppure, proprio brutta non si poteva dire.
Era il contrasto tra lei e l’ambiente artificioso dello studio fotografico a creare quella sensazione di falso. Della lettera s’era incaricata una zia. Probabilmente lei non sapeva scrivere, oppure i parenti ritenevano non stesse bene che si proponesse da sé a uno sconosciuto. La ragazza era orfana, scriveva la zia. Aveva ventidue anni e si chiamava Amalia. Non c’era scritto molto di più. Una lettera essenziale. Niente del carattere di lei, di quello che le piaceva. "Ama molto i bambini ed è una gran lavoratrice abituata ai lavori di campagna". Rosario provò un senso di pena. Forse Amalia non dormiva la notte in attesa di quella lettera che l’avrebbe liberata dai parenti che se l’erano ritrovata sul groppone non vedendo l’ora che si accasasse.
Chissà se anche lei sognava l’America come l’aveva sognata lui da bambino; chissà se e come pensava alla sua vita futura e ai tanti modi in cui si può cercare di cambiarla o se fantasticava sugli altrettanti in cui è il destino a scombinarla per noi.
Qualcosa gli diceva, da quel volto un po’ sfocato e muto, che la cosa migliore di quella donna era che probabilmente lo avrebbe amato, ma che la paura, e non la curiosità, agitava l’attesa di una risposta dall’Americano.
Ne aprì un’altra. La calligrafia questa volta era elegante e la firma svolazzante: Esposito Filomena. Ecco, Filomena era uno di quei nomi che detestava con tutto il cuore. La street era piena di queste Filomene che non avevano mai imparato l’inglese e urlavano sguaiatamente dalla mattina alla sera dietro ai monelli o ai loro uomini in mezzo alla strada. C’era qualcosa di quelle donne che lo affascinava e qualcosa che gli ripugnava. Un po’ come per la sua vecchia lingua, dai suoni morbidi, le sfumature infinite con cui poteva urlare, cantare, giocare con ogni più piccolo sentimento. Molte meno corde aveva la nuova lingua per dare voce al suo cuore e al suo cervello. Ma era quella lingua che adesso voleva essere, quella di un uomo nuovo, moderno: un giorno se ne sarebbe andato anche da quel quartiere ibrido e nessuno più l’avrebbe chiamato Broccolino.
Filomena dichiarava onestamente di essersi fatta scrivere la lettera da uno del mestiere. Niente di strano, in questo. Non si aspettava una moglie intellettuale Rosario, sebbene la volesse intelligente. Seguiva l’accurata, quasi sfacciata descrizione fisica di una ventenne e una lista dettagliata di attitudini domestiche per le quali la ragazza era predisposta, pareva, in maniera esemplare.
Alla quindicesima lettera Rosario era sfinito!
Tutte si assomigliavano, belle, meno belle, sempre virtuose.
Sua madre l’aveva convinto a quella fatica. Sua madre che voleva una nuora delle loro parti, del loro mare, della loro lingua. Si poteva accontentare, in fondo. Lui sognava una Mae Busch bruna e magari, chissà, anche così l’avrebbe trovata. Era un azzardo quella ricerca, ma anche un’avventura che stuzzicava la sua curiosità. Ecco qua: le vite di tante sconosciute, vite vissute in un’altra parte di mondo che si aprivano per lui.
Ma, santoddio, ora il sospetto s’insinuava. Pur considerando i tempi duri e la povertà del suo paese, iniziava a domandarsi come fosse possibile che un campione tanto prezioso di virtù femminili e domestiche come quello le cui tracce si disseminavano sotto forma di lettere e primi piani su quel tavolo, potesse essere stato sprecato! Tutti ricchioni, ’st’italiani? Esattamente, come sempre quando si trattava di arrivare al nocciolo, fu il dialetto che gli venne in soccorso: a verità fusser’ tutte na chiavica?! Perché quegli sguardi neri, sognanti e pudichi reclamavano uno sguardo tanto lontano? Forse che non ne potevano ricevere da occhi vicini?
Decise di aprirne ancora una o due, prima di andare a dormire. Poi si sarebbe regolato. A qualcuna avrebbe risposto. Ci sarebbe andato cauto.
L’ultima lettera, con sua grande delusione, non includeva nessuna fotografia, anche se la ragazza la prometteva, nel caso lui avesse ritenuto la sua conoscenza degna di approfondimento.
Era una lettera molto lunga. Era anche una lettera diversa da tutte le altre, ma non semplice da leggere: l’italiano di Assuntina era un vero macello! In un ibrido di dialetto scritto come si pronunciava e di italiano scritto come non si scriveva, questa Assuntina, più che se stessa, aveva vivacemente descritto la propria casa, il padre, gli otto fratelli, la morte recente della madre, le sue giovanissime fatiche. Aveva raccontato fatti curiosi, dolori e pettegolezzi ameni in cui ogni essere vivente di un mondo ristretto ma a suo modo enorme, aveva la sua parte come su un palco disordinato e rumoroso.
Come in un teatro di burattini, matrimoni e fatti di sangue, bambini abbandonati, scugnizzi dispettosi, padroni di casa arroganti, mariuoli, sante e ragazze innamorate si incrociavano in un canovaccio continuo per sei fitte pagine da cui Rosario uscì stordito.
Si ritrovò a sorridere all’idea di tutte quelle parole sbilenche che si trasformavano in un chiacchiericcio animato a riempire la cucina silenziosa. Una chiacchierona, Assuntina.
C’era un altro aspetto che rendeva unica, tra tante, la lettera di Assuntina. Lei voleva sapere un sacco di cose di lui, di come viveva, dell’America; ’st’Ammerica che un po’ le faceva paura e un po’ l’attirava come i film.
Lei sola era parsa tanto curiosa di lui.
Candidamente dichiarava che, purtroppo, quel nome, Rosario, non le piaceva molto. Ma comunque conosceva un Rosario che stava vicino al suo basso che era un galantuomo, e perciò non ci avrebbe fatto caso, ammesso che si fosse dimostrato anch’egli "galantuomm"! Ah, così, eh? Un po’ si sentì punto sul vivo: proprio da un’Assuntina doveva venirgli quella critica al nome!
Insomma, c’erano almeno venti cose che lei sarebbe stata curiosa di sapere di lui e del suo mondo e Rosario sentiva che non avrebbe potuto, con lei, menare troppo il can per l’aia.
Sarebbe stata una lettera impegnativa, quella che Rosario avrebbe dovuto scrivere in risposta. Avrebbe incominciato subito da quelle ultime due domande, praticamente un comando: "Ma ditemi, di tutto quanto tutto quanto, su ogni cosa, ma onesto, m’arraccumann, qual è, signor Rosario, secondo voi, la parte migliore assai di voi!!! E ancora, secondo voi, signor Rosario, quella cosa lì che dite essere la migliore, è la stessa che pensano gli altri che vi conoscono???"
Sarebbe stata una donna impegnativa quella che Rosario avrebbe fatto sua moglie. Già, una fatica. Esattamente come quella prima lettera di risposta, scritta la notte del 20 giugno 1921, che ancora lei conserva gelosamente.

Le rondini sono di passaggio, i passeri non so
Come la luce che ti cambia l’umore. La fine di un libro ti lascia un po’ orfano. Due giorni vissuti chissà dove con i pensieri in prestito che però potrebbero essere stati, potrebbero. E poi FINE, schiantato nella tua poltrona di cucina, secolo XXI°, tu con te stesso, il sibilo della caldaia e un volumetto sgualcito. Stampino ex libris e adieu. Insomma, un po’ una palla, anche se non ti stai antipatico. Be’, dipende.
La tele non funziona, faccio la spesa delle 19,25.
Ripensandoci, adesso un po’ antipatico ti stai, pigro fino al midollo, cenerai con le scatolette superglobal come un gatto freeskiesdipendente.
Prima di fare la spesa eri una tizia fighissima con l’ombrellino, contesa tra i salotti fin de siècle di New York e le ville del Mondo nella stagione di Newport. Suona il telefono e ti coglie con quel tono smozzicato e disadattato da ritorno al futuro.
Nel libro la fighissima rispondeva a bruciapelo con delle frasi complesse e un casino eleganti, anche se era un’oca. Tutto sommato.
E’ calata la sera. Fuori è già blu, blu inverno. La sera è come un inizio di vacanza, peccato duri un niente. La sera ha promesse di felicità, è il tempo tuo, ma poi il blu è subito nero, nero inverno.
Dovrei fare ordine in quel casino del piccì, per esempio. Toh, guarda, le cose dimenticate che ci son qua.
Foto. Giardino.jpg. In quel giardino c’è il mio cane. Piso.Jpg. Morì e fu sepolto. Scappava sempre, inseguiva piccioni in mancanza di caccia grossa, zompettava sculettando buffo a zig zag, assorto nei suoi pensieri fatti di curiosità varie da cane, volubili e discontinue come le sue traiettorie. Nome: Piso, detto Montecristo, un artista dei cunicoli sotto i cancelli e della roulette russa con le macchine. Attraversava sulle strisce ma fregandosene del semaforo. Avvistato alla stazione, sembrava volesse montare su un treno, alla pista ciclabile, vicino al fiume, sulla collina ai margini della città, una silhouette che taglia l’aria e si blocca di colpo ad annusare chissà che, riportato per la collottola dai conoscenti di quartiere. Sguardo rassegnato e rancoroso al salvatore: non si può mai fare quello che si vuole. Mugugna, anche, brontola, sbuffa e si accascia incazzato nell’angolo dietro la poltrona, con voi non ci parlo più.
Una volta, solo una volta nella sua vita, gli capitò un fatto singolare. Sessualmente era un tipo a posto, a parte i gatti. Quando era in calore, al povero gatto di turno gli dava il tormento. Poveretti, erano sempre gatti paciosi e molto grassi e vivevano preferibilmente sull’asse da stiro. Quelle improvvise attenzioni contro natura li ponevano di colpo in uno stato di continua allerta e di moto indesiderato. La casa si trasformava in un cartone animato, con rocambolesche e rumorose fughe di zampe sfreccianti dopo lunghi e silenziosi agguati da temporeggiatori.
Però quella volta si innamorò di mia madre. Si innamorò proprio, non era solo sesso, anche se i sensi c’entravano, nella frequente ricerca della sua gamba. Ma un innamorato come si deve è così, brucia, non spasima solamente. Per una settimana la inseguì ovunque caparbiamente, come un’ombra. Si prostrava quando lei si fermava o si sedeva, il muso rivolto alla sua madonna. Lo sguardo si faceva adorante in attesa di un suo cenno pur che fosse.
Al quarto giorno mia madre dava fuori. Anche noi si era allibiti da tanta dedizione senza speranza; si stava persino intristendo. Per inciso, in quei giorni, non l'avresti tratto fuori di casa manco a pedate.
Era imbarazzante, quel cane, a volte.
Avrebbe dovuto morire eroicamente sotto una macchina, dopo tutte quelle sfide. Invece no, si ammalò come un uomo, soffrì molto, che non ci voglio pensare.
Be’, poveretto, dice il mio amico Pongo, che mi viene a trovare sempre quando sto per cimentarmi in qualche impresa di riordino mandandola in gondola.
E’ rimasto preso dalla storia della lieta vita e ingrata fine di Piso, il cane che sapeva amare. E si tace tutti e due fissando il frigo. Ci riprendiamo, sorridendo all’unisono: the show must go on.
Quell’espressione scettica già la conosco. Sta per chiedermi se c’è qualcosa di buono in circolazione. Ben conoscendo a sua volta la probabile risposta: una degustazione a scelta tra un paio di carote mollicce, un finocchio annerito, uova con la sorpresa di un pulcino vivo e croste di pane, presumibilmente risalenti al pleistocene. Si attende l’esame del C14.
Lo sorprendo estraendo dal cassetto degli attrezzi una forma in cartoncino che lo abbaglia con la sua geometrica purezza di prisma giallo e rosso: TOBLERONE.
L’assoluto geometrico non necessariamente cela astrazione spirituale.
Il Toblerone-che-passione ci unisce da sempre e ci scioglie la lingua più del Barbera.
- C’è il problema degli hikikomori,- se ne viene fuori tutto allarmato a un tratto, inciampando coi denti impiastricciati sulle punte acuminate dei triangoli di cioccolata.
- Chi???
- Hikikomori. I giapu. Giovani giapu. Quelli che che si ritirano in camera loro per anni, no? E tanti saluti.
- Ahhh, non è un problema mio… - Sono sollevata: questa non ce l'ho. Non che mi freghi di nulla al mondo quando sgranocchio misticamente cioccolato al latte e granuli di nocciola e miele.
- No, no. Tranquilla. Giapu. Mezzo milione di giapu nelle camerette.
Se lui pensa di sapere quali anti-leccornie si celano tra queste mura, anche io so che non mi devo preoccupare quando fa così. E' normale.
- Anche se, voglio dire… in fondo… - O forse dovrei? Non so cosa gli sia preso, con questi Hikiko-morti.
- Chiunque, voglio dire, potrebbe diventare uno spaventoso hikikomori! – Be’, devo dire che sembra proprio preoccupato.
- Sono molto preoccupato. Basta averci un piccì con internet, un cellulare, una cameretta piena delle tue cagatine, dei libri, della musica, - spiega guardandosi attorno ricognitivo, come chi stia incamerando e catalogando lentamente nel cervello nuove folgoranti scoperte.
- Sì, vabbe’, e mangiare non mangiano?
- Mangiano, mangiano. Chissà se esiste il Toblerone in Giappone. Secondo te? I pasti se li fanno portare dalla mamma che però deve starsene rigorosamente fuori dalla porta o son busse. A volte si calano dalle finestre, nottetempo, e si infilano in un drugstore. Spariscono, capisci? Spariscono anche degli anni come scarafaggi inghiottiti nei tubi delle loro micro camerette strapiene di oggetti.
- Cioè, anche dalla vista dei genitori?
- Soprattutto, soprattutto. Claro. Diventano aggressivi se forzati a uscire dalla loro tana dorata di eremiti.
- Depressione galoppante, insomma. Agorafobia? In fondo non c’è da stupirsi più che tanto. Pensa a come vivono...
Ci inerpichiamo sui nostri perché per un po’. Finché l’effetto non particolarmente afrodisiaco quanto destabilizzante del Toblerone inizia ad agire e l’interesse sulla generazione post-tamagochi non se ne va, repentino com'è arrivato.
In realtà non proprio. Pongo è come impazzito e urlando per casa mima false aggressioni da hikikomori in crisi epilettica tendendomi agguati da dietro le porte mentre faccio avanti e indietro nelle mie faccende: L’HIKIKOMORIII!!! TOBLERONEEEEEEEE!!!
Finché, se Dio vuole, se ne va.
Urlando HIKIKOMORI, BANZAI!!! per la tromba delle scale, ma se ne va a dormire a casa sua.
Pace e silenzio.
Madonna, ‘sti hikikomori, se m’hanno angosciato, però!
Me li sogno in un sogno tutto blu, compresa la mia faccia da ragazzina hikikomori.
Blu notte fonda.
La mia camera da bambina era blu, papaveri biancazzurri alle pareti, ma questo è un colore notturno e nel buio lampeggiano intermittenti e agghiaccianti le luci di una città by night. Sono però le luci di tanti piccì, di giochini elettronici che riproducono spaventosi rumori di spari, di un minuscolo televisore che trasmette immagini dell’eroina virtuale Yuki Terai, ma con la mia faccia da grande, e cartoni dei Pokèmon, dello schermo impazzito dei cellulari invisibili sparsi nell’oscurità.
Si illuminano e spariscono nuovamente nelle tenebre. Sono i messaggini dei miei compagni di scuola delle elementari che mi perseguitano, mi minacciano. Mi aspettano fuori dalla porta della stanza.
Inciampo tra gli oggetti. Le mani avanti.
Sono un hikikomori e ho paura.
La mattina bevo il caffè alla finestra perché lì ci sono i tetti, i gatti e i passeri. A volte le rondini, a primavera, quelle che vengono a stare nella nicchia del gas e ascoltano la tele con me.
Li hai mai osservati? Secondo me i passerotti metropolitani sono annoiati e alienati.
Alcuni non ci sentono più bene per via dei clacson e dànno di matto.
Questi tentano il suicidio. Tutti gli altri: annoiati e alienati.
Cosa fanno? Fanno come quelli che fan le gare a fari spenti nella notte per vedere. Cercano emozioni. Sfidano la vita. Si fan vedere dalle passerotte.
Sugli alberi ci sono i passeri scommettitori che incitano, fanno il tifo e bestemmiano: Cip! Cip! Ciiiiiipppppp!!!
E' un fenomeno, questo dei passeri che giocano alla roulette russa con le gomme delle auto, che non si riesce di debellare, una piaga.
Non solo, m'ha detto un mio amico che adesso c'è anche un'altra moda, quella dei passerotti che si lanciano a peso morto dai cavalcavia dell'autostrada e gli altri scommettono se centrano il parabrezza delle macchine che passano. Dice che l'ha visto sulla Piacenza-Alessandria.
E non si può far niente, eh.
Senti stamattina. Stamattina, alle undici, mentre io e Pongo parlavamo seduti sul divano, una rondine è arrivata dal cielo in picchiata a tutta velocità, ha fatto capolino alla finestra aperta, si è accorta che aveva sbagliato mira, ha frenato e se n'è andata.
Noi ci siam guardati, come dire Bah! e poi abbiam continuato a parlare.
Poi, dopo un quarto d'ora, la rondine si è sparata in casa come un razzo dalla stessa finestra, ha fatto manovra raso al muro della parete opposta della stanza, un'inversione a U pericolosissima, e si è diretta ancora verso la finestra.
Ma si vede che questo fatto che momenti andava a spiaccicarsi contro un muro che non era nei suoi disegni aerei l'ha fatta agitare, perché non ha preso bene la mira della finestra e si è schiantata contro lo stipite.
Allora. Ci siamo alzati dal divano con un'aria allarmata, come dire Bon, è successa la tragedia. Era lì per terra, la distratta, vicino al termosifone.
Le abbiamo detto Oh! senza avvicinarci troppo per non spaventarla.
Si è ripresa, ubriaca, ha piroettato in ricognizione di quota per la stanza, ha preso bene, questa volta, le misure della finestra ed è volata fuori nel cielo.
Davanti alla finestra, muti, noi si è osservato apprensivi l’incerta dipartita.
Per terra, sotto la finestra, c'era una schifezza nera, una pallina da due centrimetri di diametro. Umidiccia. Molliccia.
Cos'è, ho chiesto a Pongo.
Niente, ha vomitato, ha detto lui, piegandosi verso la pallina nera. Che schifo. Allora sono andata a prendere lo scottex per raccoglierla. Era un bolo, era fatto di saliva mista a una fantasia di insetti morti.
Aveva sbagliato stanza, la rondine. Doveva andare in cucina dove c'è il nido dei quattro piccoli nella nicchia dei tubi di arrivo del gas. Cioè, non proprio in cucina, ma nel muro della cucina. Poi, non s'è più vista.
Buongiorno. Questo post si intitola Le Feste Son Finite. E infatti son finite.
E' un post molto breve. E' già finito.